Italian poem
Quando che Febo in Ariete alberga
by Jacopo Sannazaro (1457–1530)
Quando che Febo in Arïete alberga, ogn’altissimo faggio germe allora, ogni liquido fonte si rinfresca, ogni arido terren ridendo infiora, veste repiglia ogni sfrondata verga, ogni crudo animal d’amor s’invesca, e, cercando, s’adesca di qualche suo contento, e ciaschedun tormento mitiga e tempra ⟨a⟩ l’amorosa face con la sua fera, e consolato giace. Ma ’l mio dolor e ’l mio ostinato affanno non vuol ch’io mi dea pace, per rinovar di primavera o d’anno. Quando il re de’ pianeti si congiunge all’alto Cancro, il pin sublime e grande mostra in le acute frondi il duro frutto, e le già amate, or onorate, ghiande per le silvestre querce apparon lunge; ogni silvestre pianta ha allor produtto in questo tempo tutto; i semplici pastori tra vaghe erbette e fiori ne’ copïosi prati un’ora almanco donan riposo all’affannato fianco. Ma la mia verde fé non mette foglia, né fior né frutti manco, ond’io senza riposo ho sempre doglia. Nella stagion che la gran matre antica si spoglia il vago manto, ogni bifolco pone a’ cornuti bovi il grave giogo, e, vomerando poi di solco in solco, coi rabuffati crin, con gran fatica la dura terra rompe in ogni loco, e poi da indi a poco del suo più caro seme ogni cultura preme; non si cura gittarlo al tempo incerto, perché ha speranza radoppiare il merto. Io fermo amore ho seminato e fede con pena e dolor certo, senza speranza mai d’aver mercede. Quando che ’l giorno a noi si fa più breve, e spesse piogge con rabbiosi vènti buffan per l’aria, onde d’alpestre valli rodendo scendon turbidi torrenti, e che nell’alpi appar gelida neve e intorno ai fiumi pendono i cristalli, nelle povere stalli veggio i teneri agnelli, candidi puri e belli, e le silvestre fiere dall’esterno gelo coprirsi. Et io dal freddo eterno campar non posso, ahi sòrte iniqua e dura!; ch’in me rinasce il verno pianti, suspiri e gelida paura. Così, nella fiorita primavera c’ogn’uom s’allegra, o nella calda estate o nell’autunno vario o al freddo tempo, requie trovar non posso. Ahi crudeltate dell’importuno cielo! anzi di altera donna, che mi legò troppo per tempo! anzi pur mia! c’a tempo la immensa alta bellezza, la lucida chiarezza delle soavi angeliche faville fuggir dovea; cagion che sempre stille dalli umidi occhi gelido liquore, e che nel cor sfaville Cupido atroce in sempiterno ardore. Infelice canzon, senza lusingo io ti comando e stringo che mai non esci fòr di questo speco, piangendo sempre e sospirando meco; ch’io son disposto, poi che vuol mia sòrte, di viver sempre teco e teco insieme ancor giugner a morte.
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