Italian poem
Capitolo I.
Da piú dolce pensier tirato e scorto, fuggito avea l’aspra civil tempesta per ridur l’alma in piú tranquillo porto. Cosí tradotto il cor da quella a questa libera vita, placida e sicura, ch’è quel poco del ben, che al mondo resta; e per levar da mia fragil natura quel peso che a salir l’aggrava e lassa, lassai il bel cerchio delle patrie mura. E, pervenuto in parte ombrosa e bassa, amena valle che quel monte adombra, che ’l vecchio nome per etá non lassa; lá dove un verde lauro facev’ombra, alla radice quasi del bel monte m’assisi, e ’l cor d’ogni pensier si sgombra. Un fresco, dolce, chiar, nitido fonte ivi surgea dal mio sinistro fianco rigando un prato innanzi alla mia fronte. Quivi era d’ogni fior vermiglio e bianco l’erbetta verde; ed infra sí bei fiori riposai il corpo fastidito e stanco. Eranvi tanti vari e dolci odori, quanti non credo la Fenice aduna, quando sente gli estremi suoi dolori.
Credo che mai né tempestosa o bruna sia l’aria in loco sí lieto ed adorno, né ciel vi possa nuocere o fortuna. Cosí stando soletto al bel soggiorno della mia propria compagnia contento e sol co’ dolci miei pensieri intorno, contemplava quel loco: e in quello i’ sento sonare una zampogna dolcemente, tal che del sonator balla l’armento. Alla dolce ombra, a quel licor corrente venia per meriggiare, e, me veggendo, nuovo stupor gli venne nella mente. Fermossi alquanto, e poi pur riprendendo il perso ardir, con pastoral saluto mi salutò; poi cominciò, dicendo: — Dimmi, per qual cagion sei qui venuto? perché teatri e gran palagi e templi lasci, e l’aspro sentier t’e piú piaciuto? Deh dimmi, in questi boschi or che contempli? le pompe, le ricchezze e le delizie forse vuoi prezzar piú pe’ nostri esempli? — Ed io a lui: — Io non so qual divizie e quali onor sien piú suavi e dulci che questi, fuor delle civil malizie. Tra voi lieti pastor, tra voi bubulci odio non regna alcuno o ria perfidia, né nasce ambizion per questi sulci. Il ben qui si possiede sanza invidia; vostra avarizia ha piccola radice, contenti state nella lieta accidia. Qui una per un’altra non si dice, né è la lingua al proprio cor contraria, ché quel, ch’oggi il fa meglio, è piú felice. Né credo ch’egli avvenga in sí pur’aria che ’l cor sospiri e fuor la bocca rida, ché piú saggio è chi ’l ver piú cuopre e varia.
Chi in semplice bontate oggi s’affida, stolto s’appella, e quel che ha piú malizia piú saggio pare a chi ’n quel cerchio annida. Con l’util si misura ogni amicizia: or pensa che dolcezza è in quello amore, il qual fortuna intepidisce o vizia! Come esser può quieto mai quel core, il qual cupiditate affligge e muove o a troppa speranza o a timore? Ma voi vi state in questi monti, dove pensier non regna perturbato o rio, né ’l cor pendente sta per cose nuove. La vostra sete spegne un fresco rio, la fame i dolci frutti, e misurate con la natura ogni vostro disio. Il letto è qualche fronde nella state, il secco fien sotto le capannelle il verno, per fuggir acque e brinate. Le vesti vostre non son come quelle cerche in paesi stran per le salse onde: contenti state alla velluta pelle. Oh quanto è dolce un sonno in queste fronde non rotto da pensier, ma l’onda alpestre col mormorio al tuo russar risponde! Credo che spesso ogni Ninfa silvestre convenga al fonte tanto chiaro e bello, con piú dolce armonia che la terrestre. Al dolce canto lor suave e snello, al suon della zampogna, a’ versi vostri risponde Filomena o altro uccello. Se avvien che un tauro con un altro giostri, credo non manco al cuor porga diletto che i feri ludi de’ teatri nostri. E tu, giudicatore, al piú perfetto doni verde corona; ed in vergogna si resta l’altro misero e in dispetto.
Felice è quel che quanto gli bisogna tanto disia, e non quello a cui manca ciò che la insaziabil mente agogna. Nostra infinita voglia mai non manca, ma cresce, e nel suo crescer piú tormenta; a quel che piú disia piú sempre manca. Colui che di quel c’ha, sol si contenta, ricco mi pare; e non quel che piú prezza ciò che non ha, che quel che suo diventa. Quieta povertá è gran ricchezza, pur che col necessario non contenda; ricco e non ricco è l’uom, come s’avvezza. E non so come alcun biasmi o riprenda la mente che contenta è di se stessa, quello esaltando che d’altrui dipenda. La vostra vita, pastor, mi par essa, se alcuna se ne trova al mondo errante, che all’umana quiete piú s’appressa. — Non fu il pastor all’udir piú costante; ma vòlti gli occhi alcuna volta in giro fe’ di voler parlar nuovo sembiante. Poi cominciò con cordial sospiro: — Non so che error chiamar lieta ti face tal vita, vita no, anzi un martiro. Né so per qual cagion tanto ti piace quel che tu laudi, e poi laudato fuggi, e come tu non segui tanta pace. Deh! perché il ver con la menzogna aduggi? e, se ver parti, segui questo vero, che sí brami in parole, e te ne struggi. Ma gran fatto è dall’opera al pensiero, e tal sentier par bello in prima vista, che al camminare è poi spinoso e fero. Qual cosa questa vita non fa trista? Al freddo, al caldo stiam come animali; e questa è la dolcezza che s’acquista.
Il verno a’ tempi rigidi e nivali talora ad ogni pel di nostra vesta veder puossi cristalli glaciali. Talora un vento sí crudel ne infesta, che per porsi al povento dopo un masso, non cessa il vento o la crudel tempesta. Le piume sono il terren duro o il sasso; i cibi quei delle silvestre fere per confortarne, quando altri è piú lasso. Non manco mi vedresti tu dolere, se lupo via ne porti un de’ nostri agni, che quando tu perdessi un grande avere. Né piú tu del gran danno tuo ti lagni, che io del poco; ché a proporzione i piccoli a me son come a te i magni. In minor cose ha in me dominazione Fortuna certo; e se quel poco ha a sdegno, piú duole a me sanza comparazione. S’io perdo un vaso di terra o di legno, non manco mi dolgo io del vil lavoro, che se tu ’l perdi d’òr, che par piú degno. La differenza, ch’è tra ’l legno e l’oro, non fa natura, quanto noi facciamo per estimar l’un vil, l’altro decoro. Però se ’l vaso fittile mio amo quanto tu l’aureo, egualmente a me nuoce Fortuna, perché egualmente lo bramo. Ma credo appellar possa ad una voce Fortuna il mondo rigida e inimica, perché pende ciascun nella sua croce. — — Benché pastor, sentenzia odo ch’è antica, ciascun mai contentarsi di sua vita, e par lieta e felice l’altrui dica; i’ mi starò dove il destin m’invita, tu dove chiama te la stella tua, ove la sorte sua ciaschedun cita, mal contento ciascun, non sol noi dua. —