Italian poem
Canzone XXXI.
Donne e fanciulle, io mi fo coscienza d’ogni mio fallo, e vo’ far penitenza. Io mi confesso a voi primieramente ch’io sono stato al piacer negligente, e molte cose ho lasciato pendente: di questo prima io mi fo coscienza. Io avea lungo tempo disiato a una gentil donna aver parlato; poi in sua presenzia fui ammutolato: di questo ancora io mi fo coscienza. Giá in un altro loco mi trovai, e un bel tratto per viltá lasciai; e non ritornò poi quel tratto mai: di questo ancora io mi fo coscienza. Ah, quante volte me ne son pentito! Presi una volta un piú tristo partito, ch’io pagai innanzi e poi non fui servito: di questo ancora io mi fo coscienza. Io mi ricordo ancor d’altri peccati, ché per ir drieto a parole di frati molti dolci piaceri ho giá lasciati: di questo ancora io mi fo coscienza. Dolgomi ancor ch’io non ho conosciuto la giovinezza e ’l buon tempo ch’i’ ho avuto, se non or, quando gli è in tutto perduto: di questo ancora io mi fo coscienza.
Dico «mia colpa», ed ho molto dolore di viltá, negligenzia e d’ogni errore; ricordi o non ricordi, innanzi Amore generalmente io mi fo coscienza. E priego tutte voi che riguardiate che simili peccati non facciate, acciò che vecchie non ve ne pentiate, e invan poi ne facciate coscienza.