Italian poem
Canzone XXVIII.
— Io son suta consigliata da te in modo, madre mia, ch’io non credo alcuna sia, piú di me, lieta o beata. Ieri un giovane gentile mi si offerse innanzi al viso con un atto dolce e umíle. Cominciommi a guatar fiso; femmi un certo ghigno o riso, che dicea, sanza dir nulla: — Piú di me t’amo, fanciulla. — Presto m’ebbe innamorata. Destramente per la mano poi mi prese accortamente, che nessun, presso o lontano, non se ne avvide niente; la mia man, che la sua sente, presto quella strinse e prese, fece in modo, che palese non fu alcun della brigata. E’ mi messe un piè in sul mio, sí che impolverò la cotta; poi mi disse aver disio di parlar meco a cert’otta, soli al buio e non in frotta; io da prima non lo intesi, poi pe’ suoi cenni compresi, e rimbeccai la ballata.
Disse mi volea parlare di tal cose, ch’arei caro: com’io lo stetti ascoltare, non pote’ far piú riparo; e risposi tutto chiaro: — Trar ti vo’ di questa noia; io non vo’ che per me muoia: ecco io sono apparecchiata. — Onde che stanotte venne per un luogo molto strano; s’egli avessi avuto penne, era troppo a venir sano; e ne venne a me pian piano, dove io ero in sul mio letto... S’io dicessi il gran diletto, so da te sare’ invidiata. Tanto ci stemmo a quel modo, che alfin fu contento e sazio; mentre lo racconto, io godo: pur mi parve un brieve spazio. Madre mia, io ti ringrazio del ricordo che mi desti, perché mai cosa facesti, che a me fussi piú grata. — Donne mie, pigliate esemplo da costei, che seppe fare: ché, se ’l vero ben contemplo, Chi può far non dé’ tardare; perché spesso l’indugiare fa scoprir cose secrete: fate, mentre che potete, ch’altri poi non è lasciata.