Italian poem
Canzone XXIX.
E’ non c’è niun piú bel giuoco, né che piú piacci a ciascuno, ch’esser due e parer uno: chi nol crede il pruovi un poco. Chi non lo sapessi fare, venga a me ch’io gliene insegni; non bisogna adoperare a impararlo molti ingegni, pur che da natura vegni, come avviene all’asinino, che non è mai sí piccino, che non sappi fare un poco. Giá ne vidi una che n’era nel principio poco destra, e poi la seconda sera diventò buona maestra; ad un gambo di ginestra l’insegnai la prima volta: non mi fu fatica molta a insegnarli sí bel giuoco. E’ bisogna sofferire, lasciar far quel che t’e fatto, e l’ingegno bene aprire, chi imparar vuole ad un tratto; non è niun sí sciocco e matto, che, se ’l giuoco punto dura, non l’insegni la natura che s’impara a poco a poco.
Par da prima un po’ fatica fin che l’uomo siasi avvezzo; non è alcun che poi non dica contenta esserne da sezzo; chi la danza mena un pezzo, fin che vien quel ch’altri vuole, nulla prima o poi li duole, né vorre’ far altro giuoco. Un maestro c’è di scuola, che bottega di ciò tiene: chi avessi una figliuola, che imparar volessi bene, s’ella è sana delle rene, saprá presto il giuoco bello; fia come uno arrigobello, come ará apparato un poco. E’ ci è bene un altro modo, ma gli e piú pericoloso, e perciò io non lo lodo, perché è troppo faticoso; pur, se c’è niun voglioso, venga a me, che son maestro: far l’insegnerò sí destro, che non guasterá mai il giuoco.