Versos Italian Lorenzo de' Medici Capitolo III.

Italian poem

Capitolo III.

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Avea finito Bartolin di dire: e perché ’l tempo passa e non aspetta, si volse a me dicendo: — Io vo’ partire. — Ed io a lui: — Deh! lascia tanta fretta, e dimmi un poco ancor che gente è questa finch’io conosca il resto della setta. Chi è quel c’ha quella berretta in testa, ed il cappuccio porta in sulla spalla? — E lui: — La vista sua tel manifesta: ve’ come lieto vien che nel vin galla: è Bertoldo Corsin che m’innamora, tanto e sí bene al suon del bicchier balla. Quando beúto egli ha, piscia una gora, ch’io credo che un mulin macinerebbe; ve’ ’l suo figliol, che con lui viene ancora. Questo, come da suo’ prim’anni crebbe, dette presagio ver della sua vita che bevitore e goditor sarebbe. Dice il padre che a bere e’ lo rinvita: e non ti potre’ dir quanto contento egli ha di questo, ed al ben far l’aita. — Chi è quel che ha un mento sotto a’ mento? E’ non mi par che sia della spezie etica. — E lui: — È lo Scassina a tuo talento. Questo giá ebbe il mal della diabetica; cominciògli la sete insino allotta, né mai d’allora in qua altro farnetica.

— Costui chi è che ne vien colla frotta, che un legno par portato dalla piena, e debbe esser in punto a qualunche otta? Io me ne avveggo ben perch’ei balena, volentier de’ tenere in molle il becco. — E lui: — Presto sará tua voglia piena. Come chi trae colla sua mira al lecco, cosí costui al ber fermato ha ’l punto; e, se balena, ei non balena a secco. Il vin l’ha in tutto logoro e consunto: sentito hai ricordar Filippo vecchio; e ’l giovane ancor c’è, ma non è giunto. — Io posi alle parole sua l’orecchio: e lui soggiunse, che vedeva ch’io di domandar facea nuovo apparecchio: — Conosco, innanzi dica, il tuo disio; e di questo per pruova ora avvedráti ché tel dimosterrò col parlar mio. So che que’ sei, che insieme vengon, guati, ratti che par che sieno in sulla fatta: sappi che tutt’a sei e’ son cognati. Quel ch’è nel mezzo è Niccolò di Schiatta. che non gli diventò mai ’l vino aceto e la sua parte ti so dir n’appiatta. Quel da man destra è Bobi da Diacceto: quando, come ’l cammel, la soma ha elli, è gran fatica a farlo poi star cheto. Dalla sinistra vien Checco Spinelli: io credo che costui piú ne divori a pasto che non sien dua carratelli. Allato a lui vien poi Giulian Ginori: perch’e’ ti paia piccolo e sparuto, e’ bee e mangia poi quanto i maggiori. Non guardar perch’e’ sia cosí minuto; ché, quando e’ ne vien poi al paragone, egli ha giá presso ad un baril tenuto.

L’altro, credo, bere’ per tre persone: stu nol conosci, egli è Giovan Giuntini; e ve n’è uno quando lui si pone: ei non s’intende giá molto de’ vini, basta che s’empia. — E quel dal lato manco? — Egli e Iacopo tuo de’ Marsuppini: di tutti e d’anni e di persona manco, egli ha piú sete, e mai non saria messo per tristo battaglier, ma fiero e franco. Vedi tu un che a questi viene appresso, benché ne venga adagio a passo a passo? Egli è ’l grasso Spinelli, egli è ben desso. Perch’egli è, come vedi, sconcio e grasso, però a suo bel desir piano cammina: io non te lo vo’ dir, se fa fracasso. Sentistu mai dir d’una cappellina, che s’avea messo in capo di guarnello, e non se la potea trar la mattina? Par il bere a costui sí buono e bello, che tutto il giorno l’unghia si morsecchia per aver sete: or ve’ sottil cervello! Non va sí volentier al fior la pecchia, come costui fa all’odor di Bacco: e, se tu apparecchi, egli sparecchia. Da sezzo egli è come al principio stracco: cacio, carne, uova, pesce egli avviluppa; e frutte ed erbe, come fussi un ciacco. L’altro, che drieto a piè nel fango inzuppa, com’ei non è men grasso, e’ non bee meno; e ’l pan gli manca solo a far la zuppa. Egli è ’l Grasso Spezial magno e sereno, che non si lascia giá tôr la sua parte e mai non bee, se non col bicchier pieno. Quel che tu vedi che si sta in disparte, perch’è pur grasso, gl’incresce il cammino: egli è ’l maestro ver della nostra arte:

è lo Steccuto, che bee tanto vino, che a parlarne o pensarvi mi spaventa; sol bee per tutti noi del Dragoncino. Quando gli ha ben beúto, e’ s’addormenta; e nel dormir poi russa tanto forte, che convien pel romor che si risenta: e sempre suda e sa un po’ di forte. —