Italian poem
Capitolo V.
Come sparvier, ch’è posto in alto a getto e vede sotto i can che cercon forte, sta di volar a prescersi in assetto; tal del mio duca appunto era la sorte, aspettando al partir la mia parola, parendogli aver forse troppe scorte. E disse a me: — Il tempo fugge e vola: e colui non è preso a gnun lacciuolo, che non è giunto e preso per la gola. S’io t’ho a mostrare il resto dello stuolo, staremo tu ed io troppo a disagio; né basterebbe a questo un giorno solo. Ma io scorgo da lungi ser Nastagio, che ti potrá mostrar lui questo resto: ma, per farmi dispetto, e’ viene adagio. Deh! vienne, ser Nastagio, vienne presto! — E lui, che intese ’l tratto, guarda e ride; e disse: — O Bartol, che vorrá dir questo? — Ser Nastagio, lo star qui piú m’uccide. Deh! mostrate a costui di questa gente, — e vanne via, come piú presso il vide. Io fui per forza a questo paziente; e dissi: — Ser Nastagio, i’ son qui nuovo; e sanza voi son poco, anzi niente. — Ed egli a me: — Nessuna cosa trovo che sia conforme piú a mia natura, quanto se di piacere ad altri pruovo.
Innanzi ch’io uscissi delle mura, in modo tal mi son ben provveduto ch’io posso un pezzo star teco alla dura. — E nel parlar e’ mi venne veduto duo torri; ma nel mover che faciéno, vidi ch’io ero inver poco avveduto. Volsimi al duca d’ammirazion pieno, e dissi: — Io credo in qua venghi la porta, non so se animali o uomin siéno. — Disse ’l mio duca a me: — Or ti conforta; perch’e’ sien grandi, e’ non son da temere, perché non son brigata molto accorta. Quel butterato si chiama Uliviere; e l’altro e il nostro Appollon Baldovino; dissimil come grandi, eccetto al bere. — E come l’un di lor fu piú vicino, disse ’l mio duca: — O caro Appollon mio, férmati, ché se’ stracco pel cammino: attienti questa volta al parer mio. — E lui rispose gargagliando in modo che intender nol potemmo il sere ed io. E, mentre che di lor vista mi godo, quel primo si spurgò sí forte un tratto e con tanta abbondanza, che ancor l’odo. Disse’ l mio duca: — Ve’ quel ch’egli ha fatto, or ch’egli ha sete; e però pensar déi quel che fará, se berrá qualche tratto. I sua non son frullin, ma giubilei: e sa’ tu che per ridere o parlare non perde tempo; e giá pruova ne fei. — Odi, lettor: non ti maravigliare, s’io dico quel che avvenne con timore; che sare’ me’ tacer che ritrattare. Come fu giunto in terra quell’umore del fiero sputo, nell’arido smalto unissi insieme l’umido e ’l calore:
e poi quella virtú che vien dall’alto gli diede spirto, e nacquene un ranocchio, e innanzi agli occhi nostri prese un salto. Come Ulivier gli pose addosso l’occhio, disse: — Io ne debbo avere il corpo pieno, ché gorgogliar lo sento. — Or ve’ capocchio! Poco con noi quelle due ombre stiéno: ripigliando a gran passi la lor via, sparir degli occhi in men che in un baleno. Mostrommi il duca mio un che venía; ed io, come gli vidi il calamaio, dissi: — E’ convien che questo notaio sia. — Ed egli a me: — Come di’, è notaio; s’egli sta a desco molle a suo contento, se non è ebro, io non ne vo’ danaio. E’ fu rogato giá del testamento che fece il Rosso a Ciprian di Cacio, benché non era in suo buon sentimento. — Poi lo chiamava a sé, e diegli un bacio, e disse: — Ser Domenico mio bello, piú caro a me che non è al topo il cacio; tener non vi vo’ piú, però che quello disio che vi fa ir veloce e presto so vi consuma, mentre vi favello. — Partí sanza dir altro, detto questo. Ed eccoti venir cinque ad un giogo: un di lor parla sempre, e cheti il resto. Come, tornando da pastura al truogo, corrono i porci per la pappolata, cosí costor per ritrovarsi al luogo. Quando piú presso a noi fu la brigata, quel che parlava disse: — Dio v’aiuti: — e ’l ser gli fece una grassa abbracciata. Ecco giá gli altri al par di noi venuti, e volevan parlar; ma non gli lascia quel che avea dato a noi primi saluti.
Onde ’l mio ser per le risa sgangascia: dissemi nell’orecchio: — Questo è Strozzo; in corpo favellò, non dico in fascia: quando gli fussi ben il capo mozzo, parlerebbe quel capo sanza il busto: ciascuno stracca, ond’io con lui non cozzo. E per parlare e’ non li manca il gusto: ma bene ispesso le parole immolla, e questo ti confesso, ché gli è giusto. Guarti, guarti, bel fiume di Terzolla, che tra ’l bere e ’l parlar, che fa costui, secco sarai, come di luglio zolla. Quel che tu vedi, ch’è allato a lui, sappi che, come tu, e’ non bee vino, ma e’ lo tracanna e manda a’ luoghi bui; per soprannome è detto il Bellondino, il Citto e ’l Tornaquinci e ’l vil Zanchina: e vanno a ritrovar Giovan Giuntino. Questi son tutti ceci di cucina, perch’e’ son cotti sempre ad un bollore; benché dichin d’aver la medicina. Vengon spesso tra loro in tal furore, che v’è gran carestia di chi divida: poi non è nulla, passato il calore. Io non mi maraviglio che tu rida: — diss’egli a me. E poi: — Addio, addio — diceva il parlator che fa lor guida. Lui parlando partissi: e ’l duca ed io restammo come sordi in su quel filo; come color che stanno al loco rio, lá dove cade il gran fiume del Nilo.