Versos Italian Ludovico Ariosto Frammento X

Italian poem

Frammento X

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1 Se voi, madonna, giá piú di veduto me non avete, io ben veduto ho voi; vostro sembiante ho nel cuor sempre avuto, qual prima il viddi, il viddi sempre poi; e dirò piú ch’altra non ho potuto vedere; Amor, tu’l sai, dillo se vói; e di ch’ogni altro lume in veder questo bel lume vinco e son cieco de! resto.

2 V’ho sí ne’ miei pensier leggiadra e bella sí viva e vera; ho sí di voi nel cuore reai costumi, angelica favella, andar celeste e star degno d’onore, ch’io vi contemplo e riconosco quella medesma in me che vi vede altri fuore; voi veggio, con voi parlo e voi sempre odo; son con voi sempre e di voi sempre godo. 3 Dunque, se ’l cuor sempre vi vede e tocca, che mi può dar di piú l’occhio o la mano? S’egli parla con voi, che s’han la bocca o li orecchi a doler ch’io sia lontano? Voi sète in me, ed io son quella ròcca de la qual trarvi ogni disegno è vano; ché la difende Amor la notte e ’l giorno e con fuoco e con strali entro e d’intorno. 4 Deh, quanto, aimè! quanto sarei felice, che piacer saria ’l mio, che gaudio immenso, se quel che la ragion approva e dice dicesse ancora ed approvasse il senso! Ma che s’ha egli a far, se nulla lice a lui gioir di tanto ben ch’io penso? Quante cose in disegno, oimè! son belle, che poste in pruova poi non son piú quelle!. 8 Che li miei sensi di voi privi sieno pur patirei se ben non volentieri; e forse ancor volentieri, se almeno fussino i gaudi de la mente intieri; che come gli occhi e ’l bel viso sereno cosí vedessi ancor vostri pensieri; sì che fussi sicur che tal fuss’io nel vostro cuor qual voi sète nel mio.

6 Se sculto avesse Amor ne’ pensier miei vostro pensier, come ci ha il viso sculto, ancor ch’io creda che lo troverei palese tal qual io lo stimo occulto; pur sí sicur da gelosia sarei, che ad or ad or non vi farebbe insulto, e dove a pena or è da me respinta, rimarria morta o rott’almeno e vinta. 7 Son simile all’avar, ch’ha il cuor sí intento al suo tesoro e sí ve l’ha sepolto che non ne può lontan viver contento, né non sempre temer che gli sia tolto. Qualor, madonna, io non vi veggio o sento, sono in mille timor subito involto; e, benché tutti vani esser li creda, non posso far di non mi dargli in preda. 8 Quando il sol men appar, l’ombra è maggiore; di che nasce talor vana paura; poi se vibra nel ciel chiaro splendore, l’ombra decresce e ’l timido assicura. Io lontano al mio sol vivo in timore; torna il mio sol, piú quel timor non dura; l’un sol almen non arde ove non splende; presso o lunge quest’altro ognor m’incende. 9 U’ non è il sole ogni fiammella luce, ché non si vede poi che ’l giorno arriva; u’ non è il sol che di mia vita è duce, fiammeggia il van sospetto e in me s’aviva; ma, quando aggiorna la mia diva luce, la debil fiamma del splendor è priva. Deh! che val che ’l mio sol spenga ogni lume, se in me resta il calor che mi consume?

10 Come la notte ogni fiammella è viva, e riman spenta subito ch’aggiorna; cosí, quando il mio sol di sé mi priva, mi leva incontro il rio timor le corna; ma non si tosto all’orizonte arriva, che ’l timor fugge e la speranza torna. Deh! torna a me, deh torna, o caro lume, e scaccia il rio timor che mi consume! 11 Se ’l sol si scosta e lascia i giorni brevi, quanto di bello avea la terra asconde; fremono i venti e portan ghiacci e nievi, non canta augel né fior si vede o fronde; cosí qualor avvien che da me levi, o mio bel sol, le tue luci gioconde, mille timori, e tutti iniqui, fanno un aspro verno in me più volte l’anno. 12 Deh! torna a me, mio sol; vieni e rimena la desiata dolce primavera; sgombra i ghiacci e le nievi, e rasserena la mente mia sí nubilosa e nera. Qual Progne si lamenta o Filomena, ch’a cercar esca ai figliolini it’era, e trova il nido voto; o qual si lagna turture c’ha perduto la compagna.