Italian poem
A Maria
(Nel mandarle alcuni versi.)
Se ancor ti suona cara La rimembranza de l'età fuggita, Se ancor dolce ti suona il nome mio, O fanciulla romita, Un pensieroso fior pongo su l'ara Di quella illusïon prima che fugge: Me lo porgeva Iddio!
E tu solinga e muta, Ne l'ora del crepuscolo fuggente, Deh! vi posa lo sguardo e pensa e prega. Pensierosa fanciulla, La mia vita è deserta, e i sogni miei Spariscono nel nulla! Nè v'è pallido fiore, Che m'odori la via, Dove come fantasima trapasso Con le memorie e con la croce mia, Nè su l'aride arene un'orma lasso.
Tu pensa e prega! Più tu non udrai Del vespro ne la muta ora pensosa, O de la luna a' rai, Lontano per l'azzurro aere, gemente La mia nota solinga, ultimo e solo Conforto di mia vita! O fanciulla romita, Tu pensa e prega; quel conforto ancora M'è tolto, e su l'aurora!
Tu pensa e prega! Oh! se ne' lievi aprili De la tua vita il pallido ricordo Di quell'ora innocente, Con cui tutte vanîr le mie speranze, Qual solitario fiore Al cor ti manderà le sue fragranze, O fanciulla pensosa, Non negarmi, sollievo ultimo a' mesti, Non negarmi, il tuo pianto!
Chè se de' miei sospiri Uno avrà l'ala da levarsi a Dio, Io pregherò che di perpetue aurore Ridan le plaghe che il tuo cor vïaggia, Io pregherò che un'iri Di speranze incoroni il tuo sentiero, Io pregherò che d'ogni stilla amara Che versa il ciglio mio, Spunti una rosa che t'adombri il vero!
A GENTILE OPERAIA.
Al sottil refe intenta, Passi, ingegnosa giovinetta, i giorni De la tua nova vita, Nè april coi fior t'invita, Nè il brumoso dicembre ti sgomenta; Pari ad industre formichetta, a cui Da l'ardente stagion non vien paura, E provvida e contenta De l'avvenir si cura.
Assisa al limitare Del polito tugurio, a cui giammai Non volse aurea fortuna i passi infidi, Canti, lavori e ridi, E tua bellezza e il mondo e altrui non sai. Io, quando al tuo pudico Sguardo, lo sguardo mio pensoso intendo, A te mi volgo e dico: Tienti, fanciulla, i giorni Di tua contenta poverezza onesta, Tienti l'ago veloce e il fil sottile, Tienti il povero sajo e la modesta Casa, ov'han pace ed innocenza albergo! Chè ben provvide il ciel, s'altro tesoro, Fuor che di gemme e d'oro, Non diede a cui felici il volgo appella, E la soave e bella Serenità del cor diede al lavoro.
A me, più che le folte D'eletta gioventù sale festanti, Ove sacre al piacere ardon le danze, Cara è la pace del tuo tetto umìle; Più che tazze spumanti Di splendidi banchetti M'è dolce il pan che su povero desco Divide in sulla sera Il pio lavoratore ai figlioletti; Più che beltade altera Di cocchi aurati e d'opulente vesti, M'è sacra al cor l'intera Laborïosa tua vita gentile; Più che gemma orgogliosa Amo l'ingenua rosa. Al par di te son'io Operaio, o fanciulla; a me le fila De l'inconcussa cetra, Come a te l'ago e il fil, permise Iddio. Sovr'essa io l'ingegnosa Tela distendo degli affetti miei, E il sottile dei carmi arduo lavoro A le sue corde affido. Ma come l'onda che si rompe al lido, S'agita nel mio cor l'anima inquieta, Chè di serena e lieta Tranquillità non diemmi il ciel tesoro, E fo molle di pianto il mio lavoro. O gentile operaia, a te di lunghe Albe si vesta il cielo, E a lunga giovinezza Iddio ti serbi! Negl'ignorati, acerbi Casi, onde afflitta è ognor la vita mia, Te chiamerò soventi Ad allegrar miei solitari giorni; Nè di pallido volto o di languenti Occhi, o di piè leggero A' vorticosi balli Te loderò, ma d'almo e di sincero Volto e di core allegro, D'umile stato e di solerzia onesta, Onde la madre e il genitor cadenti Paga di tue modeste opre sostenti.
ADDIO.
Addio, placidi campi, Asil nel mio dolore; Dove che il passo io stampi, La vostra cara immagine Mi porterò nel core. A l'aere suo ridente Torna co 'l maggio il pellegrino uccel; Ritorno anch'io, benchè solo e dolente, Al dolce riso del mio patrio ciel. Addio, bruna e secreta Valle ove il sol si perde, Ove tranquilla e cheta Spiccia dal masso, e mormora L'onda fra 'l tuo bel verde; A l'ombra tua serena Stanco s'asside il povero pastor, E al noto suon de la silvestre avena Pasce la greggia, e posa il cacciator. Valli ridenti e clivi, Floridi colli, addio, Ove d'argentei ulivi File ondeggianti al zefiro Ombreggiano il pendio; Io vi saluto, o care Piagge, confine del fiorito pian; Crespo da l'aure vi careggia il mare, Il mar natio che ò sospirato invan. Da le selvose vette, Dal piano e da le valli Venite, o forosette, La provvida vendemmia A festeggiar co' balli; Danziam, colmiamo i nappi, Orniam le chiome d'ellera e di fior; Al dolce odor degli spremuti grappi Men triste il vostro addio suoni al mio cor. Addio; qual foglia al vento, Come alcïon su lago, Va l'infedel contento, E dietro a lui dileguasi Ogni più cara immago. Addio; l'ape smarrita Cerca tra' fiori il timo e il gelsomin; Io fra voi cerco la gentil mia Ghita, Ghita, che bruni ha gli occhi e nero il crin. Ah! qui non è! Dai cheti Colmi di sua casetta Fuggiro i giorni lieti, Qual lieto stuol di tortori Da la montana vetta. Su la finestra bruna Venne a posarsi, ingrato ospite, il duol; Siede al suo capezzal la ria Fortuna E giace a canto a lei sotto a un lenzuol. O poveretta, or dove, Ditelo, or dove è ita? Corre co 'l verno altrove, E va piangendo a l'aure La rondine romita. Forse ella pur solinga Cerca sott'altro ciel pane ed asil, Forse in cerca di fiori ella raminga, Ma più per lei non fiorirà l'april. O nugoletta bianca, Che vai pe 'l ciel turchino, Se mai soletta e stanca L'incontrerai fra' triboli Del suo lungo cammino, O nugoletta lieve, Sovra il capo di lei rattieni il vol; Chè quella fronte candida qual neve Non tocchi e offenda nel meriggio il sol. O tiepide e leggiere Aure di fior nutrici, Se a quelle trecce nere Non val recar le splendide Corone dei felici, Deh! le recate almeno Un semprevivo che non può morir, Le susurrate, aure pietose, in seno La speranza del cielo e il mio sospir.