Italian poem
A Vincenzo Bellini
Tu, se avvien che il mio canto oggi t’appelli, Trovator di suavi itali modi, Dammi un raggio del sole onde t’abbelli, Un suon di tue melodi! Sciolgo dal crin la civil quercia e il biondo Premio d’eléi cimenti attico ulivo; Di ciprio mirto alla mia chioma infrondo Gentil serto votivo. Ecco l’ara, ecco il dio. Da l’ardue sfere Onda mi vien di numeri divini: Garzon’bennati e giovinette intere, Leviamo inni a Bellini! Puri, in candide vesti, il crin vestito Di roridi ligustri e di viole, Convenite concordi al sacro rito, Mescete inni e carole. Appressatevi all’ara e voi che in fronte Chiara avete del Genio orma divina, Dal sen dischiuso del cenisio monte A la scillèa marina. Tu dagli esperj colli a le devote Sicule piagge, al nativo Etna riedi, Tu, cultor de le Grazie e sacerdote, La sacra orgia presiedi. Su la canizie tua santa di allori Il sorriso dell’Arte ecco si avviva... Cingi, o Pacini, i ridolenti fiori Nati al Simeto in riva. Ma chi mai del dolor sentì l’amara Punta, che schiude a gentilezza il core, Dilunghi le profane orme dall’ara Sacra al cantor d’amore. Su la cetera sua d’astri lucente Il dolor raccogliea trepido il volo, Quel dolor che ne l’alta ombra silente Dà il canto a l’usignolo; E del pudico amor nato gemello, È dei petti mortali ignea catena, Che i pigri infiamma, e del pensier rubello L’empie baldanze affrena. Indi i sensi celesti e le beate Voci echeggiò l’etnea valle negletta,.. Oh ponete gli sdegni, empj, spezzate L’archilochea saetta! Qui nè cure mordaci, oggi, nè orrende Gare e d’odio civil rabide erinni: Limpidi come il sol che su noi splende Dal cor sgorghino gl’inni. Giacean le siracusie api dormenti Del folto di papiri Ànapo al margo, Allor che un suon d’italici concenti Destolle dal letargo. E qui trasser frettose ove un soletto Su la cetra esprimea gli estri del core: Era un biondo e pensoso giovinetto Dal glauco occhio d’amore. Lieto su quella cetra allor depose Lo stuol de l’api armonïose il miele: Indi al vario pensiero il suon rispose Più dolce e più fedele. Così l’idillio un giorno ebbe Aretusa, Come la linfa sua placido e terso; Così parlano ancor Sorga e Valchiusa L’acceso italo verso. Oh! benedetta sia l’arpa gentile Che a cortesia le schive anime addestra, Che piange il sol del fuggitivo aprile, Che crede ed ammaestra! Scendeva Orfeo da l’apollineo coro Fra l’ombre e i mostri de la selva Idea; Era sol con la cetra, altro tesoro Al mondo ei non avea. E assiso all’ombra dell’aeree piante, Cui da ferro giammai non venne insulto Ai ferrei cori suadea le sante Leggi e de’ campi il culto. Lasciati allora i biechi antri e il dispetto Che di sangue imbevea le glebe avare, Corser le proli al socïal banchetto, Statuîr nozze ed are. Ubbidiente da l’aperto solco L’oro sgorgò de le feconde spiche; In commercio gentil mutò il bifolco Onesti usi e fatiche. Sceso dal pelio giogo al mar profondo, Sfidò gli eolj nembi il vacuo pino; E in civile armonìa fu stretto il mondo Dal casto inno divino.