Italian poem
Alla Polonia
E Dio drizzò la fionda Dell’ardito garzone in Terebinto! Come alata saetta Fischiando per l’azzurra aere profonda Colpì il sasso fatale Dell’orgoglioso Filisteo la fronte, E lo distese estinto! E dalla sacra vetta Precipitoso si diroccia a valle Il profetato masso, E fra balze e burroni apresi il calle. Trema al nuovo fracasso L’Idolo della colpa Che d’oro il capo ed ha d’argilla il piede, Per cui di sangue umano Spesso tinse la sacra onda il Giordano!
Come tacer fra tanto Uragano di popoli potevi, O del Nieper reina, Che sì lunga versasti onda di pianto? Fra questa di tiranni ardua rovina E rovesciar di troni Ed infranger di scettri e interminato Di vittorie fragor, ch’empie di suoni E di stupore il più remoto lido? Come tacere al grido De le vittoriose itale squadre; Come al tuonar del combattuto Egeo, Dove il figlio di Despo e di Cordato L’inno intuona di Riga e di Tirteo, Tu, che fosti di prodi esempio e madre?
Magnanima tradita! E da la profanata urna dei forti, Dove l’Etmanno altero La nomade piantò tenda abborrita E l’involate avene Il celere cibò tracio destriero, Ne la linfa natal del Boristene Terso il civile alloro E la regal corona, Te vide il mondo ed inarcò le ciglia, Chè morta ti credea, levar superba La maestà dell’antica persona, E rotear la spada irruginita Ed appuntar la carabina al core Del minaccioso invan barbaro Scita!
E fu per l’aere un cozzo Di fulminate spade, Ed infranger di petti, ed ululato, E vomitar di sitibonde schiere, E sacrifici, e irreparabil clade, E calpestar di lacere bandiere, E canti di vittoria, e disperato Lottar con l’ira e con la morte, e lunghe Veglie, e pallide cure, e lo spavento Piegar sul Volga l’irte chiome al vento.
Ed ecco il sanguinoso Campo pullula eroi. Tacito e fiero Sorge bieco lo sguardo un disdegnoso, Ed è insegna di morte il suo vessillo. Ei, de’ sofi i securi ozi sprezzando, E gl’infecondi studi, Tolse un acciaro e si scagliò primiero Nei perigliosi ludi, Fortunoso! e vi colse i primi allori. Al fianco suo si serra Stuolo di generosi, e come nembo Piomban sui traditori.
Così nell’ardua prova Disserrar vidi gl’insubri leoni Su le teutone squadre, attorno stretti Al gonfalone del Carroccio, e brando Era loro la patria e mura i petti! Oh bello, oh grande! E impallidían pugnando Anzi a quei fremebondi Quelle turbe di schiavi E d’avidi baroni Sol venuti a predar gl’itali campi; Chè docile credean greggia d’ignavi Chi di lor sangue intiepidivan l’erba. E vidi allor la ghibellina insegna Morder più volte il suolo, E l’aquila superba, Invan stridendo a le natíe montagne, Saldar le piaghe e ritentar il volo.
De le tue glorie al grido Chi esultar non poteva? E tu per lei Magnanimo cadevi, Che all’Italo leon cogliesti a canto Gl’invidiati allori E di Bergamo bella orbavi il nido: E tutta Italia applaudisce in pianto. Oh generoso, oh santo L’ardor che ti spingea sotto quel cielo, Che ne la gloriosa eco ancor suona La parola di lui che primo ardía, Tesmoforo immortale, Degli arcani del sol tentar la via. Chè nei subdoli o pigri ozi di Roma Cingere ambisti, se non patrio serto, L’ultima fronda a l’onorata chioma. Oh generoso, oh santo Di libertà e di gloria italo zelo! Ov’è causa d’oppressi, ovunque è suono Di liberi trionfi, Ovunque è pugna ad atterrare un trono, Non più, come solea, superba e fiera, Ma sorella ai gementi, Sventolerà l’italica bandiera!
Terra dei prodi, addio. A l’alba di tue glorie, auspice bardo, Fremente la sdegnosa arpa flagello E ti mando su l’aure il mio saluto. Forse, nè lungi è il dì! spirto canoro, L’alato accenderò estro novello Quando intero sul capo il diadema Vedrò posarti ed un più saldo alloro! Nè lungi è il dì! Chè da la sponda estrema Già cupo e tempestoso odo il muggito Dell’onda minacciosa; E il leon di Podolia alza il ruggito, E l’armi squassa, ed armi freme anch’esso Di Volìnia il guerriero. Fiuta al rombo lontan de la mitraglia L’aere di mortal polve odorosa Il destriero d’Ucrania ebbro di pugne E, il terren de l’inqueta ugna battendo, E svolazzando l’ispida criniera, Via tra le combattute aie si scaglia.
Tal segui, o gloriosa, Segui, per dio! Da le caucasee cime Scende ingorda di stragi e di rapina La Stinfalide atroce Che ferreo il rostro ed ha di piombo i vanni; Spieghin pure la stolta ira feroce Sitibondi su te tutti i tiranni. Segui; nel tuo valore ecco si spunta La scitica saetta: Ti fanno una e possente Due secoli di pianto e di vendetta!