Italian poem
Argonauta
Or che sorte al ciel silente Le pensose ombre già sono, Alla fervida corrente De’ miei sogni io m’abbandono.
Muta al magico battello Veglia l’anima, e s’affida Di rapir l’aurato vello A la Colchide omicida.
Ove tendi, audace? Oscura L’aria a te stringesi intorno; Qui sol regna la Natura; Non è questo il tuo soggiorno.
Urli indarno; in qual sia loco S’apre un regno al pensier mio; Serve a me la terra e il foco, L’aria e l’acqua, il tempo e Dio.
Ecco, pullula d’aspetti Mostruosi il mare: io tendo L’arco, e sfolgoro d’eletti Dardi il core al vulgo orrendo.
Fra cozzanti isole al polo Salta il mare infellonito; Ma quiete a un tocco solo Del mio pollice erudito
Stan le intente isole; chiara L’onda ammuta e il dorso porge, Mentre all’aria, che si schiara, L’inno mio placido sorge.
Che vuoi tu, splendida immago Che fra cielo e mar sorridi? De’ tuoi baci io non son vago, Chè ben so che baci e uccidi.
Non è questo il lido bieco Del dedaleo labirinto? Vieni, Amor; se tu sei meco, Griderò fra poco: ho vinto!