Versos Italian Mario Rapisardi Circe

Italian poem

Circe

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Poi che l’eroe di multiforme ingegno Dalla magica sponda il legno sciolse, Tornò pensosa al rilucente albergo E al suo telajo d’òr Circe si assise, Circe, terribil dea che dall’austera Itacense virtù prima fu vinta. Pigra scorrea tra’ variati stami La spola, agile un dì; raro l’arguto Pettine castigava il lento ordito, Già che il pensiero della dea lontano Veleggiava dall’opera e l’alata Prora inseguía con le profonde ciglia. Su l’inarato mare alto splendeva Centuplicato dagli ondosi specchi E dal palagio adamantino il Sole; Ma non come già tempo ella esprimea Dal niveo petto le squillanti voci: Tutto intorno tacea, se non che il lene Mormoreggiar de le badanti spume Mesceasi al canto del vicin querceto, D’ombre largo e di cibo all’insolente Mandra, che intrisa del circèo veleno. Dell’esser primo e del mutato aspetto Poca memoria e nessun danno avea. Tutto quanto fu il dì, con mesta cura Mirò la dea l’avventurosa vela; Nè l’acume divin pria le fu scemo, Che tra ’l vapore vespertin, cresciuto Dal fumo dell’istante Erebo, quasi In grembo al suo destin, quella s’immerse. Un insolito affanno allor più volte Le scosse il cor già sempre uguale, e pianto Forse ella avría, se da la sua pupilla Era il velarsi d’una tal rugiada. Pur la faccia marmorea al cielo eresse, E al Sol che grande e nitido pendea Sul mar già fatto d’ametista, in voce Supplichevole: O Sol, disse, o veggente Padre, e tu Perse, veneranda prole Dell’Oceàn che tutto allaccia, oh s’io Da voi non nacqui indarno, e di sì strana Beltà non fui per mio ludibrio adorna, Un mio prego ascoltate; e quando il nume Di Giove e il poter vostro a voi nol vieti, In mia sola mercè dategli effetto, Sì che la cura io domi, onde son morsa Veracemente, dacchè un uom mortale Me vinse e il mio candido letto ascese. Ahi, da quel dì che il ferro ei strinse, e sopra Minaccevol mi stette (onde, se volli Dalle irate sue mani uscire illesa, Abbracciar gli ebbi le ginocchia, e il giuro Che gli Dei lega profferir, per cui Nulla nel capo suo, ne’ suoi compagni Co’ filtri miei più macchinar dovessi) Ahi, da quel dì, quanto sia torto e vano Questo poter che da voi m’ebbi, appresi! E che mi giova, ohimè, ch’io dell’umane Sembianze spogli e di ferine cuoja Stringa chi nulla, fuor che nell’aspetto, Dissimigliante è dalle fere? Eccelsa Virtù davvero inchinar capi indegni Di mirar la tua faccia, etereo Sole! Gloria sublime e invidiabil dote Di setole innasprir, coprir di velli Chi di pecora vile e di sannuto Verro ha costume, e tal vive tra’ suoi Che un grufolante gregge onta ne avrebbe? Qual vittoria e qual pro? Le stalle, i boschi E l’onde e l’aria di sì fatti servi Io potessi gremir, quale al mio nome Incremento verrebbe e all’esser mio? Regni su plebi inconscienti e cose Di lume orbe il mortai, cui spremer sangue Ad impinguar sue polpe inerti è assai: Brute su bruti; altro a me vuolsi; e voi, Se ingrata affatto non vi son, più degno Scettro alla figlia apparecchiar dovreste. Nè d’altro canto alla ferina sorte Legar con bieca incantagion vorrei, (O Sol che tutto vedi, entro mi leggi) Chi di cor puro e di versuta mente, S’altro in terra ne viva a costui pari, Ch’io non so dir se per mio mal conobbi, Privilegiato è dagli Dei cotanto Che di gloria celeste il mondo alluma. Deh, come io dea trepida vissi a questo Gramo figliuolo di Laerte, gramo Pe ’l viver suo, pe’ suoi travagli tanti, Pe’ disfatti compagni e la remota Sposa e il trono deserto; a un dio conforme, Se al molteplice ingegno, al braccio invitto E al cor maggiore alla fortuna io miri! Dacchè l’intesi favellar, con vostra Pace, divini genitori, il dico, Del mio potere ebbi dispetto; vuote Restàr le coppe incantatrici, e sdegno Provai non pur di quanti avean le ingorde Fauci al maligno beveraggio aperte, Ma dell’arte mia torva, onde sì vili E sì vani al mio stato eran gli effetti. Da quell’ora una brama il cor m’accese Orgogliosa, il confesso, e però degna Di me che nasco da cui tutto avviva: Brama che cieca alimentai nel petto, Finchè meco l’altero ospite visse, E ch’or feroce al suo partir prorompe, E di lui mi tien luogo. Oh! se immortali Giorni e virtù di trasformar mi deste Chi di pane si nutre, or fate, augusti Parenti miei, che in meglio sempre io cangi L’umana vita, e negli usati aspetti, Quali ha costui che tramutommi il core, Nobili sensi e virtù nova infonda! Troppo d’insani mugolj turbate Suonâr queste lucenti aule, che voi M’edificaste e in cui tremata io vivo Molto ad altrui, poco a me stessa in pregio; Troppo su cori imbestiati ottenni Facil vittoria e tracotati imperi: Età nova incominci. E se lui cresce Di Palla Atena egidarmata il senno, Tal per incanto mio viva una gente, Che in parte almeno a lui somigli, e il mio Regno munisca e la mia gloria attesti! Così, l’ordito interrompendo, al Sole Pregò la dea dalle crespute chiome. Ammontate grugnían presso a’ capaci Stabbj le nere torme; alla crescente Sera il mare ridea; ma la risposta, S’una mai n’ebbe la volubil diva, Fu dall’orecchio de’ mortali esclusa.