Versos Italian Mario Rapisardi Dedica

Italian poem

Dedica

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Pallidi fiori e ciocche di capelli Stretti in corone e in lievi nastri avvolti, Cari ricordi dei miei dì più belli, Io vo' guardarvi, io vo' baciarvi ancor! Dai chiusi fogli ove voi siete accolti Un'eterea fragranza si diffonde, Ed ogni ciocca a un palpito risponde, E un affetto gentil chiude ogni fior.

Ahi! di tanti sospir, d'ebbrezze tante Che fûr de l'alma mia parte sì viva, Di tante fibre del mio core infrante, Fuor di questi ricordi altro io non ho? Cari pegni d'amor, se avvien ch'io scriva, Ch'io pensi o canti, ch'io sorrida o gema, Sento che nel mio cor qualcosa trema, Arde qualcosa che morir non può.

Siccome onda di rio querulo e lasso, Sento ch'io corro, e dove corra, ignoro; Ma sovra al capo mio, mentre ch'io passo. Qualche foglia di fior gitta l'april. Gitta april qualche foglia, o mirto o alloro, O rosa o giglio al capo mio d'intorno, E a sognar tosto e a vaneggiar ritorno, E un caro ad invocar nome gentil.

PARTE PRIMA.

(1863-69.)

Brevi vivens tempore.

PARTENZA.

Tu parti, ed io vorrei Essere un'aura lieve Ed alïarti intorno. Quanti profumi ha il rinascente giorno A te, dolce fanciulla, io recherei; Quanti tepori ha il maggio De la materna sponda Ti recherei su l'onda A far più mite il verno al tuo vïaggio.

Allor che attinto il disïato lare, Ti ridurrai ne la gelosa stanza A rïandar le care Tue gioie di fanciulla E la dorata culla E gli amplessi materni e la speranza Che fida il cor t'inonda, Rondine vagabonda Io diventar vorrei, E sotto a la tua gronda Il nido appenderei.

Quando ne le tacenti Rigide notti un timoroso affetto, Come a trepida lampa aura che fugge, Ad agitar ti vien l'anima in petto, E tutta päurosa Ne le custodi coltrici ti stringi, E al vigile pensier schermo non trovi, Io sonno esser vorrei: Come farfalla in giglio Io l'ala poserei Sovra il tuo roseo ciglio.

Auretta vagabonda, Potrei baciarti almen la chioma bionda; Rondine, al primo albore Sul tuo balcon pispiglierei d'amore; Sonno, te almen potrei Stringer co' lacci miei.

A TE SOLA.

Te, se fra gli splendori Del circo e il molle plauso Degli armonici cori Volgi, o fra le vertigini De l'incitata danza E le dolci vigilie E il tepor de le feste e l'esultanza.

Te fra l'elette e belle, Che i tuoi fianchi incoronano Gareggianti donzelle, Come sugli astri il tremulo Espro o su' fior la rosa, Te di tutte vaghissima Lieta la mia saluta arpa amorosa.

Ed esaltar vorrìa Il lieve fronte e il mobile Guardo e la melodia D'ogni movenza e l'ebano De le flüenti anella E il sorriso ineffabile E la mestizia che ti fa più bella.

Ma dentro al cor s'intrica La nota, e a l'alma estatica Non corrisponde amica; Chè fra' procaci e indocili Labbri e l'insano ardore Dei guardi altrui le armoniche Fila son mute, e sta confuso amore.

Ma se a l'ostel fiorito Riedi e al natio silenzio Del tuo balcon romito, Come da pinto calice Volano olezzi a mille, Varie da l'alma scoppiano Irrequïete armoniche faville.

E tu allor mi consenti Un tuo sorriso a' timidi Del cor veleggiamenti; Dammi un tuo guardo, un'aura De l'amor tuo mi dona, Dammi un sol raggio etereo, Dammi un sol fiore de la tua corona.

Ch'io men vo' fare un serto. Io men vo' fare un'òasi Che allieti il mio deserto; Men vo' tesser lievissimo D'auree fantasme un velo, E un avvenire e un gaudio E un altro mondo che si perda in cielo.

IL MANDORLO.

E tu mettesti i fiori, mandorlo precoce, E tutta intorno la campagna odori. Qual giovinetto che ascolti la voce Di fanciulla che l'ami, Così, fido a' richiami De l'amica stagion che s'avvicina, Tu di candidi fior vesti i tuoi rami.

Sott'esso a la pruìna Lenta, vedova ancor geme la valle, Nè sorride, per quanto occhio si stende Sotto al raggio del sol, fronda nè fiore. Tu sol, tu primo il calle De le deserte mie montagne allieti; Come a core dolente, A cui sorrida breve tratto amore, Così per lo squallore Dei circostanti campi, Al profumo innocente Che tu commetti a l'aura disïosa. Una dolcezza ascosa Del passegger ne l'anima discende.

Quand'io movo pensoso Sotto il peso dei miei lunghi dolori A ricercar nei fiori Questa mia giovinezza che mi fugge, E l'anima si strugge A ripensar le inquiete e senza arrivo Agonie de la mia bruna giornata, E la mente affannata Nel sereno del ciel cerca riposo E nel sorriso di natura Iddio, Se la mite fragranza ed il festivo Biancheggiar di tue cime a te mi volge, O mandorlo innocente, Solitario e piangente Al tuo piede m'assido, E a quella solitudine fedele, Ov'è Dio che m'ascolta, il pianto affido.

Ah! tu i fiori rimetti, O mandorlo precoce, E primavera affretti! Io come te solea, Impazïente de la tarda bruma Accender l'amoroso estro veloce, E i canti precorrea Degli augelli felici, e di speranza Vestivo il core giovinetto e il fronte, Pria che di fiori si vestisse il monte.

Or mi ritorna invano Primavera, e su me vano s'accende Questo sole d'amore e questo cielo; Chè derelitto a stento Porto di questo ingombro egro il fardello, Cui nullo in terra a sostener m'ajuta, E desolato il lento Fianco trascino e di soffrir son stanco. Deh! chi l'ardor mi rende Dei miei vent'anni e la speranza e i sogni? Dio mio, Dio mio, più mai Dunque per me non tornerà l'aprile? Dunque di questa giovinezza al fiore Più rugiade dal ciel non manderai, Nè più bella e gioconda Verrà salute a rifiorirmi il core? Dio mio, tu che ridoni La fronda ai campi ed agli uccelli il canto, A questo inverno mio Altro conforto non darai che il pianto? Ahi! se così pur sempre Contar dovrò ne l'amarezza i giorni, Donami almen, mio Dio, Virtù, che su quest'onda Tempestosa che io corro, Mai la tua luce al guardo mio s'asconda!