Versos Italian Mario Rapisardi L'Isola

Italian poem

L'Isola

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S’incolorava il primo fior del giorno, Quando dell’incantata isola a fronte Giunse la nave peregrina; il nostro Core balzò in tumulto, e su gli stanchi Volti ad un tempo la letizia nova E il novo riso del mattin si pinse. Rosea su l’onde porporine, come Su letto di viole ignuda ninfa, L’isoletta stendeasi; e pari a tazza D’onice colma di votive essenze, S’apría fumante di fragranze il porto. Appoggiata al mio braccio ella con lieve Passo e con infantile ansia la tolda Lasciò, non senza un dolce sguardo ai lochi Non ignari dei nostri ultimi affanni; E traversando con securo piede L’asse che dalla nave a la vicina, Riva pendeva alto su l’acque e al nostro Peso cedea con quasi uman lamento, Balzò giojosa a terra, e a me, che assorto In un dolce pensier veníale appresso, Tese le aperte braccia, e su la bocca, Tal era il patto, il primo bacio impresse. Deserta a prima vista era ognintorno La terra, se deserto è dove tanta Pompa di vita, sotto un ciel sì terso E in sì varia beltà spiega Natura; Ma umana ombra non mai certo all’opposto Sole usurpato avea le soffici erbe, Ch’ebbre di voluttà s’eran per tutto, Qual molle veste ad un bel corpo, apprese. In digradante sen, come teatro Roman, s’incurva ad oriente il lido; E un intatto sentier quindi a un opaco Bosco a le spalle d’un burrone appeso, Quinci a una fila di soavi colli Evaníenti ne l’azzurro adduce. Sgorga tra questi un fiume, onde il più vago Non corse mai: rompe da pria tra fosche Rupi ed impetuoso si convelle In un bollor di vivo argento; strani Alberi sopra a lui pendono, quali Sonnecchiosi giganti, e con le bieche Radici, che tra ciotti aridi e sabbie Prorompon dalle ripe in simiglianza Di sitibondi alligatori, tentano Il sacro fiume deviar. Fra l’irte Branche la riottosa onda per poco Spumante e rotta in vitrei sprazzi freme, Ma sprigionasi tosto e si dirama Per la florida valle; indi in un piano Vasto, uniforme che col ciel confina, Adunandosi placida dilaga. Qui mollemente a’ zefiri si dondola Il braminico loto, socchiudendo I celesti occhi, calici di sogni; Qui l’ermetica foglia, onde Odisseo Far potè vana la circea bevanda, Provocata dal fresco euro susurra. Ci adagiammo alla riva; ed ella il capo Mansueto di terso oro e di rose Fantasticando mi posò sul petto. Una quíete languida invadea L’anima delle cose; e tale un suono Sorgea da le fugaci onde, che l’eco D’altr’età, d’altri mondi a noi parca. Volgi, fiume immortai, volgi i tuoi flutti. Ecco, al perpetuo murmure dileguasi Dal mio ciglio la terra; ecco, al sorriso Di costei novo ciel s’apre al mio core. Volgi, o fiume immortal, volgi i tuoi flutti. Quell’io non son, che doloroso e stanco, Piegando il capo a’ torvi casi e agli anni, Calar vidi su me picea la notte? Una candida pace ora si stende Sovra l’anima mia; sorge una nova Fede, e la sera del pensier ravviva. Tal fra’ pallori d’un tramonto il bianco Espero nasce, e il cielo ultimo allieta. Volgi, o fiume immortal, volgi i tuoi flutti. Ira e dolor non più: le procellose Punte, in cui ruppi generoso il fianco, (Nè già del sangue, onde le tinsi, io gemo) Da lontano rimiro, e perigliosa Meno e men triste a me la vita appare. Così ne’ chiari plenilunj un latteo Vapore irriga le ronchiose balze Di Mongibello, ed una indefinita Soavità le rocce ispide vela. Volgi, o fiume immortal, volgi i tuoi flutti. Nel vano azzurro una sembianza: Amore; Nel tetro abisso una parola: Amore; Amor, goccia di pianto e di rugiada Nel fiume eterno, ne l’immenso mare.