Italian poem
Per l'insurrezione della Grecia
Su queste rocce che la neve imbianca E coronan le nubi e il mar flagella, Dove rugge la scura ala mai stanca De la procella;
E specchiate le cime irte ne accoglie Il popolato Egeo, dove la bruna Nave ottomana abbominata scioglie L’Osmania luna;
Quando s’inalza in ciel l’ora più muta Ed incerto l’austral Sirio fiammeggia, Una voce per quelle aure perduta Qual tuono echeggia.
E se spande la luna i suoi sereni, Su quelle rupi solitarie assiso Immenso Angiol si vede, e di baleni Arde nel viso.
E le tenebre rompe e le secrete Vigilate da Lui ore notturne; E al suo grido fatal sorgono inquete L’ombre dall’urne.
Spezza la pietra e leva il fronte al sole, Fenice eterna: è il dì! Ti scuoti, o inulta; Ecco un brando, ecco un’ara: Iddio lo vuole, Sorgi, o sepulta!
Regina un dì ti salutai possente; Su quattro mari allor libravi il volo: Era meta l’Olimpo alla tua mente, Al brando il polo.
Chè se indi il tempo e la tua sorte e il pondo Di tua grandezza ogni virtù t’estinse, E al carro trionfal, ladron del mondo Quirin t’avvinse;
E di tenebra lunga indi t’avvolse Dall’arabiche arene orda irrompente, E brando e serti e nome e onor ti tolse Ed ara e mente;
Or sorgi! E tu che al barbaro Ottomanno Pieghi ancora la fronte, e tu che gemi Sotto la verga del corsal Britanno Lévati e fremi!
Pei visceri d’Europa indomito erra Foco, che a troni e a re schiude gli avelli: Tu non cadrai, s’è Dio nel ciel, se in terra Son pur fratelli!
Tu non cadrai! Nè fia quel sangue vano, Che di tua libertà l’are fe’ molli; Onde vermiglio è di Cidonia il piano, Di Suli i colli.
Chè se allor pesti i tuoi lauri, livore Di potenti t’oppose argine al corso, E se ignaro di te stranio signore Ti strinse il morso;
Non disperare! Iddio levò il flagello Sui nepoti d’Asburgo, e fien distrutti: Ne l’indocile al sol paterno ostello Torneran tutti.
Ma credi al ciel, credi al tuo braccio. È forte Chi de le sue speranze è brando, è duce: In tra le abbominose ombre di morte Sarà la luce.
Men temi gli stranieri odi rompenti Più le lusinghe! E già scoppia lontano Grido a disingannar le illuse genti Dal Vaticano.
Dal Vatican, che reggia una ed altare A Italia esser dovea nei dì più belli; Onde gli estinti da Superga al mare Spezzàr gli avelli.
Tu leva il guardo al Pindo ed a l’Oeta, Aquila dell’Olimpo, e ai quattro mari: Ecco l’ombre di Marco e di Niceta, Ecco Canari.
E già al lor grido si scatena e mugge Della rovina il formidabil segno: Sovra la terra è un uragan, che fugge De l’empio il regno.
In sanguinose spire avviluppata Rugghia attorno di lui l’ira di Dio; Di Faraon la verga ecco è spezzata; L’empio fuggìo.
L’empio fuggì! De la tua gloria il Sole Splenda incontro alla nova alba latina: Ecco un brando, ecco un’ara: Iddio lo vuole; Sorgi e cammina!