Italian poem
Petronio Arbitro
A che, o Catoni, con cipiglio austero state a guardarmi, e condannate in atto di non volgar semplicità? Pur gode grazia non triste un favellar sincero; e ciò, che il popol fa, candidamente narra la lingua. Or chi l'amplesso ignora e le grazie di Venere? Chi vieta di crogiolarsi in tiepido lettuccio? Esso padre del ver detto Epicuro ne prescrisse l'amore, e con l'amore tutta, dicea, l'umana vita ha fine.
Messi da banda i fulmini, o Giove, e come mai in tra i Celesti favola silenzioso stai?
Or da la fronte torbida alzar dovresti, o Nume, le corna; or la canizie velar di cignee piume.
Questa e la vera Danae: sol, la carezza un poco; e per le membra scorrere sentirai vampe e foco. (Cito e traduco dall'edizione del Buecheler, Petroni Arbitri Satirorum reliquiae. - Berolini MDCCCLXII.)
Motti, lepor, facezie, riso vincono la beltà d'ingenuo viso;
Primo il timor creò nel mondo i Numi quando i fulmini del cielo ardui cadeano e n'erano le mura ampie concusse e di fiamme il percorso Ato splendea.
Naviga il ricco ognor con fausto vento e tempra la fortuna a suo talento. ................................ Denaro in mano, e ciò che brami ottieni: Giove possiede chi gli scrigni ha pieni.
Ciò che ne sfama, provvida dispensa la Natura; l'ambizion di gloria non ha freno e misura.
In fin che giova l'amicizia dura,
Non sempre il capo spargere vo' de lo stesso unguento; nè ognor del vin medesimo lo stomaco e contento.
Amar come legittimo censo la moglie dei; ma il mio censo legittimo non sempre amar vorrei.
Già l'ombre ardenti avea rotte l'autunno e con tiepide briglie si volgea Febo a l'inverno; a scuotere le chiome già cominciava il platano, e la vite arricchìa d'uva il palmite compiuto: quanto l'anno promise, offriasi al guardo (Ibidem)
D'indaco avorio intarsiato d'oro o di calcato marmo non raggiava la terra, nei dorai suoi delusa; anzi un buon gruzzo v'era di Cere riserbata, imposto a un graticcio di vimini; e boccali nuovi di conio, fatti da mota dozzinal, con facil arte. Quinci una pila d'acqua dolce e corbe di vinchi appese a duro tronco, e un orcio sudicio di Lieo. Di vuota paglia mescolata con fango eran le mura da più cavicchi sforacchiate; a un verde giunco attata pendea la gracil canna. Altre provviste ancor l'umil casuccia serbava appese al travicel fumoso: pendean sorbe mature in odorate corone accolte e vecchia santoreggia ed uva dai racemoli appassiti. Tale in Attica un dì l'ospite casa d'Ecate fu, che poi di culto degna a lo stupor dei secoli trasmise l'inclita Musa del Battiade antico.
Spargean l'insigne platano e l'alloro redimito di bacche e il fluessuoso cipresso e il tonso pino da le tremule vette l'estive ombre d'intorno. Un fiumicel tra loro scherzava con l'erranti acque spumoso, e con la linfa querula i lapilli mordeva. Era quel loco fatto all'amore; il rosignol silvestre e la rondine urbana in tra le erbette e le viole tenere a lor opere intesi ivan cantando.