Italian poem
Questa fresca valletta, e questo fonte
by Michele Giuseppe Morei (1695–1767)
Mireo. QUesta fresca valletta, e questo fonte, Che lento scorre tra i fioretti, e l’erba Al piè d’ombroso, e solitario monte, Sembran’atti a sfogar la doglia acerba, Che proviamo or, che Arcadia arde, e devasta La gente Oriental, gente superba. Oh! s’io potessi usar la spada, e l’asta, Eurindo mio, non chiameresti il pianto, Che poco, o nulla col furor contrasta. Gir mi vedresti entro guerriero ammanto Tra l’armi e il sangue: ma vi corra solo Chi sortìo dalle stelle onor cotanto. Noi Pastorelli riserbati al duolo Piangian, ch’altro non resta all’infelice Sulla ruina del paterno suolo. Eurindo. Noi creduti dal mondo alma, e felice Stirpe già un tempo (e tali fummo in vero, Ma alla Fortuna e che turbar non lice!) Or fatti giuoco di destin severo, Chi ’l crederìa!, pe’ nostri campi stessi Errando andrem, qual popolo straniero. E da pesante servitude oppressi, Co’ nostri ferri, e colla nostra mano Troncherem per altrui le nostre messi. Or va, Mireo, per l’arenoso piano, Poni a filo le viti, e il vino aspetta, Aspetta il vin, che a te matura invano. Mireo. O monti, o selve, o terra a noi diletta: In cui vestendo pastoral costume Fu l’innocenza a ricovrarsi astretta, In che peccasti? e qual contro il tuo Nume Opra tu hai fatto, e che mai far potesti Sol guidando l’agnelle al prato, e al fiume? Dinami, Eurindo, veder creduto avresti A’tempi nostri (io nol credea giammai) D’Arcadia, ohimè, gli ultimi dì funesti? Eurindo. O fiume, o tu, che ricercando vai E per terra, e per Mar la Ninfa schiva, Non più in Sicilia innamorato andrai; Che muterai fra poco e letto e riva, E ’l cammino, e ’l chiaror delle bell’acque: A tanto l’ira della Tracia arriva! Oh fortunato chi per tempo nacque, O per tempo lasciar questo paese Pellegrinando in altro suol gli piacque. Or che la guerra ha le sue faci accese, E veglian mille empj custodi al lido, Dello scampo le vie ne son contese. Mireo. Dell’apparecchio militare il grido S’udia d’intorno, e cento navi, e cento Avea già pronte in sulla foce Abìdo; Allor le vele dispiegaste al vento, (Oh avess’io pur te, Arcadia mia, lasciato, Ch’or non avrei per tanto tormento!) Dispiegaste le vele o Voi, che il fato Tolse alle stragi, ed a miglior fortuna Lungi dal patrio albergo ha riserbato. Sulla mia greggia il suo furore aduna Irato il Cielo; il Ciel, che un dì mi diede Diversa sì ma pur con Voi la cuna. Voi, Nidaste, e Darete, altrove il piede D’Arcadia il nome a propagar portaste, Nuova a lei fabbricando illustre sede; E me quì in servvitù mesto lasciaste Nello stupor del comun danno involto, Che stupor più che invidia in me destaste. Eurindo. Non sei tu solo ad aver molle il volto Di pianto; io stesso per cagion simile Son’oggi teco a lagrimar rivolto. Io stesso abbandonar l’antico ovile Poteva, e meco ancora ogni Pastore Potea sottrarsi all’empia rabbia ostile: Ma chi dal sen caliginoso fuore Del Futuro può trar le ignote cose Fissando il guardo nel profondo orrore? Il mio destini agli occhi miei s’ascose, Che discoprirsi parve a Corineo, Ed a Vitalgo, che a partir dispose. Partiro, e seco allor partenza feo La gentil coppia di color che piagni, Lasciando a un tempo Arcadia, e il nostro Alfeo. Mireo. Così Fortuna mai non si scompagni Dal loro fianco, e Virtù saggia, e forte I lor passi, e pensier sempre accompagni; Quella Virtù, ch’ebbero un giorno in sorte Da te raccorre, onde all’uman desìre Dell’Onesto, e del Giusto apri le porte. Eurindo. Certo, che a fare il Ciel parmi che aspiro Cose illustri di lor; quindi ritolti Fur d’Oriente alle rapine, e all’ire. Vedrem, se non ne avrà prima sepolti D’Arcadia oppressa la fatal sciagura, Nè fian dal vento i lieti augurj accolti, Te, Vitalgo, vedrem alla futura Etade andar col nome eccelso, grande, E colla fama fuor d’obblìo sicura. Te vedrem, Corineo, le memorande Opre emulare, e il dolce canto e i carmi Del Padre tuo, che di se gloria spande. Mireo. Te pur, Nidaste, di veder già parmi In pace rinnovar quel, che già fero Gli Avi tuoi collo scettro, e in mezzo all’armi. Ma; o Darete, quai cose io da te spero, Da te, che unisci al signor il sembiante Animo invitto, e per virtude altero! Questi, Eurindo, saran, che fra le tante Nostre sventure rattemprar potranno L’acerbo duol, ch’è sì per noi pesante. Eurindo. Bella speranza inver, ma al nostro danno Ahi troppo lungi dal destin portata, Che noi già tutti ricoprìo d’affanno! Mireo. Ma che ha Licisca, che s’è in piè levata, E par che tema, e latrando s’arretra, Ed or verso la selva, ed or noi guata? Non vedi, Eurindo, là ’ve il Sol penètra Nel più raro del bosco? ah son pur dessi! Li conosco alla spada, e alla farètra. Eurindo. Fuggiam: veggioli anch’io. Ah son pur dessi! Fuggiam: qual’antro fia, che ne ricopra? Mireo. Fuggiam: chiama a te il can,pria che s’appressi L’ostil turba feroce, e che ne scopra.