Versos Italian Pietro Paolo Carrara Mentre penso all'ampio ardore

Italian poem

Mentre penso all'ampio ardore

by (1684–1759)

Listen in the reader

MEntre penso all’ampio ardore, Che nel cuore Ognor cresce col mio male, E se vero, o pur se vano Sia l’insano Di Cupìdo acerbo strale; E se quel, che in me pur sento Or tormento, Or diletto, or gelo, or fuoco, Del mio cuore sia difetto, Od effetto Sia d’Amor, che non fa giuoco: D’improvviso il faretrato Nume alato Si presenta a me davante Tutto ignudo, ma severo, Ed altero, Benchè in tenero sembiante: Poichè accolto nel suo viso, Non già riso, Ma rio sdegno sì scorgea, Sdegno acerbo, sì crudele, Ch’aspro fiele Dal suo labbro uscir parea Di spietati acuti strali, E fatali Era il manco Omero carco; E un dì quelli l’empia destra, Gran maestra Nel ferir, ponea sull’arco. Quindi irato a me rivolto Con un volto Ch’ogni grazia nascondea, Aprì ii varco in questi accenti A’ lamenti, Che gran tempo in sen chiudea. Se talun ribelle, e ingrato Ha negato Il mio Nume, il mio potere; E derisa quella face, Che vivace Rende il Mondo, e l’alte Sfere; Se detto ha, che un vano affanno, Un’inganno È il mio ardor così benigno, Che cangiar con forme nuove Il gran Gieve Suole in Nembo, in Toro, o in Cigno; Ancor tu forse vorrai I bei rai Oscurar delle mie glorie, E con folle menzognero Rio pensiero Atterrar le mie vittorie? Del mio fuoco ogni favilla Sol d’Eurilla Ha il natal ne i lumi ardenti; Figlio io son di sua bellezza, Di dolcezza Ella asperge i miei tormenti. Con qual dunque empio consiglio Niega il Figlio Un che umìl la madre adora? Se negar vorrai Cupìdo, Devi infido Rinnegare Eurilla ancora. Allor volto al Dio di Guido: O Cupìdo, Esclamai, son tuo fedele; Sempre il tuo Nume adorai, Nè a te mai Sarò ingrato, ed infedele, Fra se rise il cieco Dio, E il natìo Richiamò vago sereno, E soggiunse: Alla tua fede La mercede Io darò pur’anche appieno». Disse; e tosto un fiero strale, E mortale, Ver me vibra con furore, E sì forte egli m’impiaga, Che una piaga Diventò tutto il mio cuore. Volto allora in lui lo sguardo, Nuovo dardo Perchè, dissi, in me tu stendi? Già la fede io ti giurai, E serbai: Or, crudel, che più pretendi? Egli a me pur sorridendo, Io ti rendo, Replicò, premio e ristoro, Poichè a questa tua ferita Darà aita Ben’Eurilla, e al tuo martoro. Indi ratto via disparve Con sue larve, E celossi al guardo mio Io ad Eurilla avido il passo Volsi, ahi lasso!, A narrarle il caso rio. A’ miei detti Eurilla rise, E derise Il mio duolo, i miei lamenti, E giurò, che non sapea, Nè vedea Le mie piaghe, i miei tormenti. Ond’io mesto, dissi meco, Che quel cieco Dio cagion del mio gran danno, È un fantasme ingannatore, Non è Amore: Anzi egli è lo stesso inganno.