Italian poem
Lettera III
by Saverio Bettinelli (1718–1808)
Nec mi aurum posco, nec mi pretium dederitis Nec cauponantes bellum, sed belligerantes... Vivite lurcones, comedones vivite ventres, Ricini auratae cicae, & ocraria mitra Quinque hastae aureolo cinctu rorarius velox... E come quei che con lena affannata uscito fuor del pelago alla riva si volge all’acqua perigliosa, e guata: Quale i fioretti dal notturno gelo Chinati e chiusi, poichè il Sol gl’imbianca, Si drizzan tutti aperti in loro stelo: Per me si va nella città dolente, Per me si va nell’eterno dolore, Per me si va tra la perduta gente; Giustizia mosse il mio alto Fattore etc. Diverse lingue, orribili favelle, Parole di dolore, accenti d’ira, Voci alte e fioche e suon di man con elle. Questi non ciberà terra nè peltro. Ma sapienza amore e virtute, E sua nazion sarà tra Feltre e Feltro. Pape Satan, Pape Satan Aleppe, Cominciò Pluto con la voce chioccia, Così scendemmo nella quarta lacca Prendendo più della dolente ripa Che ’l mal dell’universo tutto ’nsacca: Ahi giustizia di Dio tante chi stipa Nuove travaglie, e pene quant’i’ viddi, E perchè nostra colpa sì ne scipa? Che gente è questa, e se tutti fur cherci Questi chercuti alla sinistra nostra; Ed egli a me tutti quanti fur guerci. Sì della mente in la vita primaia, Che con misura nullo spendio ferci. Assai la voce lor chiaro l’abbaia, Quando vengono ai duo punti del cerchio, Ove colpa contraria li dispaia. Questi fur cherci che non han coperchio Piloso al capo, e Papi, e Cardinali, In cui usa avarizia il suo soperchio. Di verno la Danoia in Austericch Com’era quivi, che se Tabernicch Vi fosse su caduto, o Pietrapana, Non avria pur dall’orlo fatto cricch.