Italian poem
VIII (Ti dirò.... presta l’orecchio…)
by Silvio Spaventa Filippi (1871–1931)
Ti dirò.... presta l’orecchio... ma non c’è nulla di bello... vidi un uomo vecchio vecchio star seduto su un cancello "Chi sei, vecchio? Come hai nome? Come vivi?" poi gli faccio; e attraverso la mia testa la risposta passa come l’acqua messa nello staccio.
Disse: "Cerco le farfalle che s’addormon nel frumento, io ne faccio torte gialle, che poi vendo al Parlamento e alle barche quando insane in tempesta vorticosa scioglie il mare l’onde irate e così guadagno il pane; come vedi un’ardua cosa."
Ma pensavo in quel momento a un bellissimo progetto; colorarsi in verde il mento come un fresco cespuglietto. Così senza una risposta al discorso del vecchietto dissi sol queste parole: "La tua vita quanto costa?" e gli caddi sopra il petto.
Ei riprese con bel tono: "Faccio sempre a modo mio: se nel bosco incontro un tuono, lo precipito nel rio. Se ne forma una sostanza molto simile al catrame; io guadagno cinque soldi; ed inver non me ne avanza per calmare la mia fame."
Ma pensavo come fare per cibarmi di formaggio, e ogni giorno diventare di maggiore tonnellaggio. Io lo scossi in tutti i sensi, e, lasciandol senza fiato: "Parla", dissi, "come vivi; parla", aggiunsi, "come pensi? e che cosa hai progettato?"
Ei rispose: "Occhi d’agoni vo cercando nei giardini; li trasformano in bottoni per le giacche dei bambini, ma per oro non li vendo e neppure per argento, o per qualche nichelino. Un soldin di rame prendo, e con un ne acquisto cento.
Spesso cerco zolle erbose per far ruote ai miei carretti, pesco frutta butirrose, spesso scavo dei panetti e così (strizzando l’occhio) io mi faccio un gruzzoletto che mi serve per benino; fo’ il signore, vado in cocchio e a te brindo con rispetto."
Tacque, ed io senza far motto concretato avea un disegno: preservar col Vino cotto dalla ruggine ogni legno. Ringraziai molto il vecchietto, che mi diede assai cortese le notizie a lui richieste: ma ancor più per il rispetto nel suo brindisi palese.
Ed io or se alle finestre le mie dita a un tratto affaccio od un piede della destra nel sinistro guanto caccio e nel pollice del mento mi si versa un monumento, tosto a piangere mi metto,
chè ricordo quel vecchietto, dolce e bruno, mite e schietto, che parlava con affetto con linguaggio assai corretto, che tenea coperto il petto d’un bellissimo farsetto ed intorno al capo stretto un magnifico berretto che accostava al naso un netto ricamato fazzoletto e sedea, come ho già detto, sul cancello d’un muretto.