Italian poem
Amore Di Triperuno E Galanta
I o dunque nudo fra cotanti nudi N on piú arrossisco, non piú mi vergogno, F atto di lor famiglia, ove m'agogno L assivamente in quei salaci studi. A lato la regina sta Limerno, T enendole la bocca ne l'orecchia, O nd'io ne fui chiamato possia al trono.
I n terra umilemente i' m'abbandono, N anti ch'al primo grado vi montassi, C he d'altro che de marmi, petre e sassi E rano, ma sol oro e gemme sono. D ritto poi sullevato giá m'avento I n fretta nanti a l'alta imperatrice, T remando per viltá qual foglia al vento.
I ncomenciò l'altiera:--O Triperuno, V assallo mio, de gli altri non men caro, S appi che 'l tuo Limerno saggio e raro T'ha impetrato da me quel che nessuno I n questa corte mai gioir non puote. N ove anni e sei non passa una fanciulla: A te la dono e facciovi la dote.
C ostei, pronta, vivace, accorta e bella, V oglio ch'ami, desidri prima ed ardi C he piagna e canti, assorto ne' soi guardi, V ersi pregni d'Amor e sue quadrella. L imerno fia tuo mastro e fida scorta: L imerno sa quel si ricerca amando. O h dolce sorte a chi entra cotal porta!
A ffrettati, Lagnilla, e qui Galanta T ien modo di condur furtivamente, Q uando ch'ella non esce mai di ciambra.-- V enne la ninfa chiesta finalmente, E tutto di rossore il viso ammanta.
Lascivia.
--G alanta mia--dicea l'imperatrice-- A lza la fronte e mira il novo amante!-- L evò la vista, dunque, ove si elice E cco una fiamma ed ove un cieco infante, R accolto l'arco e la saetta, altrice A hi! di quanti martiri, lo diamante T rito mi ruppe al petto e quindi svelse I l cor giá fatto de' sospiri al vento S tridente face e d'acque un fiume lento.
O h quante da quell'ora incomenciaro P ene, tormenti, affanni, sdegni ed ire, T ravagli, doglie, angoscie e zelosie! A rsi, alsi di ghiaccio e fiamme dire, T al che 'l dolce al fin divenne amaro.
I mperò ch'una Laura sozza e lorda, N efanda, incantatrice, invidiosa E ra del nostro amor la lima sorda. S orda lima costei fu senza posa, S enza quiete mai, del dolce nodo, E bra sol di spuntar col chiodo il chiodo.
Clavus clavo extruditur.
T ant'ella fece, ch'io nel fin m'accorsi O mbrosa esser cotesta ria cavalla. G alanta ne ridea, donde piú acerba, I niqua piú, ne venne ai duri morsi, S í ch'io le scrissi questo in una querza: