Italian poem
Merlino E Limerno
MERLINO. Oh quanto m'è giovato questa dolcezza!
LIMERNO. Or vedi tu dunque che sin a te la soavitade di rime toscane sono aggradevoli?
MERLINO. Per qual segno conosci tu in me cotal effetto essere?
LIMERNO. Come! tu non hai giá detto questa dolcezza averti non poco gradito?
MERLINO. Sí, del sonno che ho fatto.
LIMERNO. Tu dormevi dunque mentre io cantava?
MERLINO. Che maraviglia! non sei tu giá di minor vigore d'una sirena!
LIMERNO. Dormevi tu, caro Merlino?
MERLINO. Domine, ita. Ben ti lo dissi da prima.
LIMERNO. Che cosa?
MERLINO. Di componerti un sonnetto.
LIMERNO. Or baldamente t'intendo: grandissima è la differenzia tra lo «sonnetto» e «sonetto».
MERLINO. Quanto è tra 'l persutto e lo schenale.
LIMERNO. Io ti voleva domandare lo giudizio tuo sí de lo verso come del recitatore; ma, per quello che me ne pare, ho ragionato con le mura.
MERLINO. Anzi, e la campana e lo campanaro mi è piaciuto, ma...
LIMERNO. Ma che?
MERLINO. Aggradito m'averia piú, se...
LIMERNO. Se che?
MERLINO. Se piú lungo fusse proceduto.
LIMERNO. La cagione?
MERLINO. Per piú dormire.
LIMERNO. E pur gran torto me fai non ascoltarmi cosí come io voluntieri ascolto te, non giá per fasto e vanagloria, ma per avere solamente qualche avviso da gli uditori, se dicendo nell'instrumento mi sconcio troppo nel volger il capo, nel girar de gli occhi, nel finger caldi sospiri, se graziosamente o no tengomi sul braccio la cetra, se abbasso oppur troppo innalzo la voce, e altri simili particulari effetti d'un amante, acciò che per l'altrui avviso piú ragionevolmente avvezzare mi sapessi, dovendomi egli poscia essere a molto accrescimento de lo amore di mia donna.
Studium vanitatis.
MERLINO. Se queste parti non hai, ben ti le poscio mostrar io, se mi ascolti per una pezza; e forse lo sonno ti stará luntano per vigor de la mia piva. Or odi una oda in loda d'una mia amorosa detta la Mafelina, ed impara da me gli affettuosi gesti.
LIMERNO. Comincia, ch'io mi sento voglia di mangiar riso!
MERLINUS.
Aspra, crudelis, manigolda, ladra, fezza bordelli, mulier diabli, vacca vaccarum, lupaque luparum porgat orecchiam, porgat uditam, Mafelina, pivae; Liron o bliron, coleramque nostri dentis ascoltet, crepet atque scoppiet, more vesighae! Illa stendardum facie scoperta fert puttanarum, petit et guadagnum illa, marchettis cupiens duobus saepe pagari. Semper ad postam gabiazza, rosso plena belletto, sedet ante portam, chiamat, invitat, pregat atque tirat mille famatos; mille descalzos petit ad cadregam, perque mantellum faciens carezzas, intus agraffat, quid habent monetae prima domandat.
«Tu procul hinc absis, cui formam vendere cura est». TIB.
Quis mihi credat quod avara stabit salda ad unius pagamenti bezzi? Quis bagassarum similem scoazzam vidit Arena? Nulla Veronae meretrix Arenae peior Ancroia reperitur ista, heu! tapinelli poverique amantes, ite dabandam, ite luntani, moneo! Provator ipse crustarum putridae carognae ibit in Franzam. Pochi pendit istum quisquis avisum.
«Pochi pendit» pro «parvi pendit».