Versos Italian Teofilo Folengo Limerno, Fúlica E Triperuno

Italian poem

Limerno, Fúlica E Triperuno

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LIMERNO. Fatimi, prego, o padre Stúnica, un piacere.

TRIPERUNO. Con cui parlate, maestro? ove trovasi questo Stúnica?

FÚLICA. Volse egli dirmi Fúlica.

LIMERNO. O sia Fúlica o Stúnica, vorrei da Vostra Santitade una grazia.

FÚLICA. E dua, potendo.

LIMERNO. Non mi vogliate piú oltra imbalordire lo debol cervello con queste vostre filosofie. A che tanti Platoni, Aristotili e asini? voi potreste cosí con le mura ragionare!

TRIPERUNO. Anzi vorrei, caro mio maestro, che vi piacesse di ascoltarlo. Ma facciamone qualche poco di pausa.

LIMERNO. Ditemi, prego, santo Fúlica: foste giammai di alcuna bella donna innamorato?

FÚLICA. Io fui e sono innamorato per certo.

Hic Fulica supprimit divinum amorem.

LIMERNO. Oh Sia lodato il Dio d'amore, che piú oltra non verrò necato di parole al vento gittate! Voglio che 'n questa mia cetra cantiamo tutti noi tre successivamente qualche amoroso canto, come piú al suo particolar soggetto ciascuno de noi aggradirá. Io dunque sarò, piacendovi, lo primiero e cantarovvi di mia diva la summa cortesia, la quale dignossi mandarmi un bianchissimo panno di lino, lo quale, dapoi lungo sudore nel danzare preso, mi avesse a sciugare le membra.

«Bruggia la terra il lino col suo seme», disse cantando il mantoan Omero. Perché un verso non gionse a dir piú intiero? Del lin cosa non è ch'un cor piú creme! Quel lino, che le man vostre medeme dopo il grato sudor, donna, mi diero, tessuto l'ha (chi 'l nega?) il crudo arciero: tanto m'incende l'ossa e 'l cor mi preme! Vi lo rimando. Ahi! rimandar non posso l'ardor però, ch'ogni or sta 'n le medolle, né umor di pianto v'ha che giú mil lave! Ma prego Amor, sí come incender volle tutte le mie, che almanco roda un osso in voi, o di mia vita ferma chiave!

«Urit enim lini campum seges». VIRG.

Piacquevi cotesto bel soggetto, o padre eremita?

FÚLICA. Molto aggradisce l'umana generazione questa vocale musica.

LIMERNO. Or segui, Triperuno.

TRIPERUNO. Dirò io alquante parole d'un oroglio di vetro, con lo quale mediantovi una tritissima rena si misura d'ora in ora lo tempo.

Pensarsi non sapea piú agevolmente cosa che d'uman stato avesse imago d'un fragil vetro in vista cosí vago, che libra il tempo a polve giustamente. Vedi le trite rene come lente filan e' giorni pel foro d'un ago, e fan col fiume or quello or questo lago in doi grembi, s'altrui volge sovente! Ma cotal opra tosto va in conquasso, se avvien che fra doi vetri a la giuntura quel debil filo e cera si dissolve. O forsennato, chi d'aver procura in terra stato, sendo un vetro al sasso, al foco molle cera, al vento polve!

«Non est, crede mihi, sapientis dicere. Vivam. | Sera nimis vita est crastina: vive hodie». MART.

FÚLICA. Assai piú lo discipolo mi piace che lo maestro, e particolarmente la fine di questo tuo morale sonetto, Triperuno mio dilettissimo; ed annunzioti che in breve cangiarai vita e costumi in assai megliore stato.

TRIPERUNO. Io non son tale che mai puotessi adeguare l'alto ingegno del mio maestro. Ma tóccavi, padre, la volta vostra.