Versos Italian Teofilo Folengo Triperuno

Italian poem

Triperuno

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E ra per seguir anco il vecchio bono G iá su l'entrar d'un poggio il qual si monta N on senza gran sudore, quando un grido A l tergo viemmi, rotto di dolore. T orsi la fronte, ed ecco for d'un bosco I o vidi una dongiella scapigliata V enir fuggendo, ed ha chi l'urta ed ange S empre battendo lei con aspra fune.

S tetti prima qual sasso; ma dapoi, Q uando comprendo il viso di Galanta, V olgo le spalle piú d'un strale in fretta A Fúlica per trarla for d'affanni. R ompeva la meschina l'aere intorno C on alte strida e suon di petto e mani. I ntendo l'occhio a chi la fea gridare: A hi! ch'io la riconobbi, ahi! cruda ed empia L aura maligna, incantatrice e maga, V enefica non men di Circe fiera, P utta sfacciata, vecchia, il cui fetore V olgea gli uomini in bestie, augelli e serpi, S tringendo ai carmi soi l'altrui costumi.

F úlica su pel monte ansando scampa, L o qual non piú vedere i' puoti mai. O vunque una sen fugge, e l'altra segue. R atto m'avvento al fondo d'un vallone: E cco vidi Galanta in un instante N on esser piú Galanta, ma curvarsi T utta ritratta, e capo e braccia e gambe, I n una picciol forma di mustella. N on puoti far allora, che non, ratto V òlto in gran fuga e lagrimando forte, S campassi per nascondermi da Laura.

D i passo in passo mi volgeva a drieto, E rrando e qua e lá come stordito. S tettesi la malvagia su duo piedi T utta minace in vista e neghittosa. R esto ancor io nel folto d'una macchia, V edendo lei ma non da lei veduto. C essò dunque la vecchia scellerata T ener piú via d'avermi allor nel griffo; O nde, quindi partita, io mi discopro R itornando a veder ov'è Galanta.

R amparsi lungo al fusto d'un sambuco E cco la veggio, oh quanto vaga e snella, L eggiadra, pronta, sedula, sagace! I o la richiamo come far solea: --G alanta mia, perché mi fuggi, ingrata? I o son il tuo fidele Triperuno: O ve serpendo vai? vieni a me, vieni, N on ti levar da me, ché bona cura I o sempre avrò di te, fin che col tempo S i trovi chi ti renda a l'esser vero.--

D issi queste parole e passo passo I' m'avvicino, losingando, a lei. V enne dunqu'ella, dolce mormorando, I ntratami nel sino a starvi ad agio.

B asci soavi quella mi porgeva, E d io basciava lei, non men insano, N on men caldo di quel che fui davanti. E ra sul picciol dorso tutta d'oro, D i latte il corpo e leggiadretti piedi, I ntorno al collo un circolo di perle C into l'adorna e fammi esser men grave T utta la doglia che m'assalse, quando I o vidi lei cangiarsi a me davante.

L o giorno mai, la notte mai non cesso A ppagarmi di questo sol piacere. V enni a Perissa finalmente, dove R estar non volse Fúlica, ché 'l loco E ra d'errori e soperstizia pieno.

Soperstizione.

S tetti qui molti giorni, mesi ed anni I n una grotta sol per fiere usata, B evendo acque de stagni torbe immonde, I onci e palme tessendo e molli vinci.

N on mi levai dal dosso mai la gonna, O nde l'immondi vermi di piú sorte M'erano sempre intorno vigilanti, E d un setoso manto folto ed aspro N on mai giú da le nude carne i' tolsi.

V arcar un uomo in ciel non io credea, I l qual fuggisse vivere famato, N udrirsi d'erbe, more, fraghe e giande, D estarsi a mezzanotte e macerarsi I l corpo giá omicida di se stesso, C orcarsi o su le frondi o in terra nuda, A rrecarsi a gran merto il girne scalzo, V ender se stesso ad altri, non avere I l proprio arbitrio in sé, che Dio concesse T enacemente al spirto di ragione.

A l fin, essendo sotto l'altrui voglia, T olta mi fu la mia dolce Galanta:

L o mio solaccio, il mio contento e spasso, A imè! da me fu radicato e svelto. R imasi d'alma privo, ma nel dolo V ivendo sempre tanto piansi ed arsi, A rsi d'amore, piansi di dolore, M orte chiamando ognor, che al fin privato

I o fui de gli occhi e d'ogni sentimento. L aura qui ottenne il seggio, e sol de volpi, L upi, tigri, pantere, draghi e serpi, V entrosi vermi empitte boschi e selve, M onti, valli, spelonche, fiumi e stagni.

A ttonita scampavasi la turba P er le fantasme, sogni e negre larve, P er l'ombre infauste che da l'empia Erinni E rano sparse drento al laberinto, L aberinto d'errori colmo e pieno, L aberinto che giá di Dio fu stanza. A ugellazzi notturni d'ogn'intorno N on cessano volar con alte strida; D el sole omai non piú v'entran le fiamme, V olti de spirti neri sempre in gli occhi M'erano fisi digrignando e' denti.

E la Galanta mia fu in preda d'altri S uso al bel mondo, in grembo altrui, rimasa: S uso al bel mondo, ed io nel piú profondo E ra del Caos, centro e laberinto!

C olui che l'ebbe in mano fu l'egregio, E gregio mio Grifalco, il qual non ebbe, N on ha, non avrá mai di sé piú fido. S trinse Galanta mia fra l'uscio e muro. E lla morí chiamando:--Triperuno!-- M a 'l giovene magnanimo e cortese V olse che d'alabastro un fino vaso S epolcro fusse a la gentil mustella.