Italian poem
Volle un giorno il leone
by Tommaso Crudeli (1702–1745)
Volle un giorno il leone tutta quanta conoscer quella gente di cui il ciel l’avea fatto padrone. Non fu selva orrida e oscura che non fussene avvisata; circolava una scrittura da sua lionesca maestà formata, e lo scritto diceva che per un mese intero il re teneva corte plenaria, e principiar doveasi da un bello e gran festino, dove un certo perito bertuccione dovea ballar vestito da Arlicchino. In tal maniera il principe spiegava la sua potenza al popolo soggetto. Ma ecco omai che la gran sala è piena, che sala, oh Dio, che sala! Ella era un orribile macello, sanguinoso e fetente a tal segno che l’orso non potendo soffrir quel tetro avello, il naso si turò, poco prudente. Spiacque il rimedio: il re forte irritato mandò da ser Plutone il signor orso a far il disgustato. Lo scimiotto approvò questa severità, e di sua maestà la collera lodò, lodò la regia branca, e della sala disse cose di fuoco, e quell’odore sovra l’ambra esaltò, sovra ogni fiore. Ma questa adulazion troppo scempiata fu dal principe accorto ben presto gastigata, già lo sfacciato adulatore è morto. La volpe erali accanto: - Or ben - le disse il sire, - dimmi: che ne di’ tu? parlami chiaro; tu vedi, io non voglio esser adulato -. La volpe allor: - Sua maestà mi scusi, io son molto infreddata, e l’odorato ho perso affatto; ond’io a giudicar atta non sono se questo odore sia cattivo o buono -. Di tal risposta il re fu sadisfatto. Voi che in corte vivete, apprendete, apprendete: non siate troppo aperti adulatori, nemmen troppo sinceri parlatori, e se volete al fin passarla netta, una scusa o ‘l silenzio sarà sempre per voi buona ricetta.