Versos Italian Ugo Foscolo Considerazione XII

Italian poem

Considerazione XII

by

Listen in the reader

φιλεῖ κάτοπτρα, καὶ κόμης ξανθίσματα Ama gli specchi e della chioma i biondeggiamenti:

Ξανθὸν κατόπτρῳ πλόκαμον ἐξήσκεις κόμης. I biondi ricci della chioma ti componevi allo specchio.

— ἦς δ' ὀ μὲν αὐτῶν πυῤῤος, ὀ δ'ἡμιγένειος. Un d’essi rosso, l’altro erasi imberbe.

Ἄμφω τώγ' ἤτην πυῤῥοτρίχω, ἄμφω ἀνάβω. Era ad ambo il pel rosso, e imberbe il mento.

Et crines flavos et membra decora iuventae.

Hoc flavi faciunt crines et eburnea cervix, quaeque, precor, veniant in mea colla mantis.

Ecce venit rulilis humeros protecta capillis fllia Centauri.

Terque quaterque manu pectus percussa decorum flaventesque abscissa comas:

Nondum illi flavum Proserpina vertice crinem Abstulerat, Stygioque caput damnaverat Orco.

Filia prima manu flavos Lavinia crines, Et roseas laniata genas.

Aurea caesaries ollis, atque aurea vestis Virgalis lucent sagulis; tum lactea colla Auro innectuntur.

Barba erat incipiens: barbae color aureus; aureaque Ex humeris medios coma dependebat in armos.

E furtive dall’elmo e sfolgoranti Uscian le chiome della bionda testa, Per lo collo e per l’omero ondeggianti.

Non facit hoc verbis, facie tenerisque lacertis Devovet, et flavis nostra puella comis.

Gloria Romanis una es tu nata puellis. Romana accumbens una puella Iovi. .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   . Fulva coma est, longaeque manus, et maxima tota Corpore; et incedit vel Jove digna soror.

Il fulvo imperador della foresta;

Nec lamen ater erat, neque erat tamen aureus illis, Sed, quamvis neuter, mixtus uterque color. Qualem clivosae madidis in vallibus Idae Ardua direpto cortice cedrus habet.

Qualibus incensam jacltastis mente puellam Fluctibus, in favo saepe hospite suspirantem!

Forma placet, niveusque color, flavique capilli, quique aderat nulla factus ab arte decor.

Nunc tibi captivos mittet Germania crines.

Per le candide spalle abbandonando In due liste le chiome, con dorato, Onde poi rintrecciarle in lunghe anella, Pettine le scevrava.

Involontario nel Pierio fonte Vide Tiresia giovinetto i fulvi Capei di Palla, liberi dall’elmo, Coprir le rosee disarmate spalle; Sentì l’aura celeste, e mirò le onde Lambir a gara della diva il piede, E spruzzar riverenti e paurose La sudata cervice e il casto petto

Che i fulvi crin discorrenti dal collo Coprian siccome li moveano l’aure.

Est mihi sitque, precor, flavae tutela Minervae.

Quid, si praeripiat flavae Venus arma Minervae, ventilet accensas flava Minerva faces?

Ἄνθεα ποιάντεα φέρειν στεφανώ- Ματα, σὺν ξανθαῖς Χάρισιν. I fiori verdeggianti portano corona- Menti con le bionde Grazie.

Ξανθοκόμᾱν Δαναῶν Ἦσαν μέγιστοι.

— Or delle Grazie Nè d’aurei raggi liberale è il crine Siccome è il crine del divino Apollo Allor ch’ei monta per lo sacro clivo D’Olimpo, e più s’infocano i cavalli Non pur del grido e de’ spumosi morsi Al comandar, o della sferza al fischio; De’ dardi il tintinnir dentro il turcasso Aureo, capace, e pien di eterna possa Quei quattro corridori incalza, quando Del saturnio signor veggon le case Meta di Febo. Nè di foco rosse

Sono le trecce delle care Grazie, Quali sotto il cimier contien Bellona Pari alla giuba delle sue poledre Che pel di lionessa hanno e vigore. Nè son ricciute come il crin d’Amore Non come quel di Cintia cacciatrice Pallide, e tutte rannodate al collo. Ma donde spesse cascano le chiome Sembran più fosche, e sono auree le ciocche Che sparse al vento van mutando anella E mostran varj ognor biondeggiamenti. Spiran soave odor, ma non di mirra Non delle rose di Cirene odore, Inclite rose! Ma cotal fragranza mandano pari all’armonia, che diede D’Orfeo la lira, allor che al sacro capo Dalle baccanti di Bistonia infissa, Venne nell’alto Egeo, spinta dai monti, E un’armonia suonò tutto quel mare, E l’isole l’udiano e il continente, Sebben né vate mai né arguta corda Di Lidia cantatrice a quel fatale Suono die’ legge e nome . . . .

Della luce infinita i rai deposti Tutto-veggenti e il telo onnipotente Scendeva in terra fra l’ambrosie tazze Giove, dell’universo animatore.

Rizzarsi i Numi, e Cipria riverente Cedeagli il loco; armonizzar le lire S’udiano allor delle vergini Muse E cantar Febo, ed olezzare i boschi, E risuonare i Tessali torrenti, E risplendere il cielo, e delle Dive Raggiar più bella l’immortal bellezza Chè Giove padre sorrideva, e, in lui con gli occhi intenta, l’aquila posava.

Devotae flavi verticis exuviae.

La bionda ricciaja cadegli per le rubiconde Guance in lunghe liste D’ondeggiante luce.

Ben discerneva in lor la testa bionda.

Biondo era e bello e di gentile aspetto.

E fareil volentier, sì come quegli Che ne’ biondi capegli, Ch’Amor per consumarmi increspa e ’ndora, metterei mano e piacereile ancora.

— o se due trecce bionde sotto un bel velo fiammeggiar lontano.