Italian poem
Più in alto
by Ada Negri (1870–1945)
Hai tu coraggio di salir più in alto ancor, sino alle rocce irte del culmine? Bada! Quei tronchi li ha schiantati il fulmine, che dentellò quei picchi di basalto.
Hai tu sìstole e diàstole sì forti che non abbian, là, presso il ciel, paura d’asfissia?... Bada! L’aria è così pura la sù, che uccide chi il suo cor vi porti.
Gettasti, veramente, nella fogna la pupazza di cenci, incoronata di carta d’oro e a gonna impastoiata, che fosti fino a ier, per tua vergogna?...
Sai tu bene che sia la solitudine lapidaria, che sta fra terra e cielo senza speranza?... e puoi, tu, di quel gelo farti una veste di beatitudine?...
Sei ben certa d’aver gettato ai sassi, dietro le spalle, tutto, proprio tutto, tanto che il mondo di te porti il lutto come se fossi, diaccia, fra quattr’assi?...
Padre e madre non più, nè creatura nata da te, nè alcuno che ti tocchi da presso, nè rimpianto che i ginocchi ti spezzi, nè desio di cosa impura?...
Allora va. Sul vertice più eccelso della montagna, che somiglia un grido pietrificato verso Iddio, tu il grido ritroverai del tuo soffrir più eccelso.
Ma antico quanto il mondo, e vano, o cuore selvaggio, o monte intrepido, sarà quel grido. E l’eco lo rimbalzerà di picco in picco, in van: — Perchè, Signore?...