Italian poem
Inquietudini
by Amalia Guglielminetti (1881–1941)
seguace
V'era qualcuno, un tempo, non veduto, che ovunque mi seguiva, da vicino senza stancarsi, con un passo muto.
La sera in qualche tacito cammino parevami sentir sui miei capelli rabbrividendo il suo profilo chino.
Forse eran molli ali di pipistrelli che passavan su me con la prudenza trepida di leggeri polpastrelli.
Io non sapevo, e m'affrettavo senza paura, ma non più tanto leggera, o volgevo con rapida movenza
gli occhi a scoprire dietro me chi v'era.
chi era
Lo seppi un giorno: or presso ed or lontano me seguiva e la sua triste follia l'uomo che amore flagellava invano.
Lo vidi ormare la mia stessa via, sostare alle mie soste, con il volto duro, e lo sguardo acuto di chi spia.
Egli andava col suo cuore sconvolto pel desiderio fatto a sè tortura, nulla godendo e disperando molto.
E non sapeva che la vana arsura me pur struggeva, che un'angoscia eguale fustigava la mia anima oscura,
ch'io pur morivo dello stesso male.
un grido
Fui per chiamarlo: — O mio fratello, vieni! Non piangere per me quello ch'io piango per altri. Lascia ch'io ti rassereni.
Ti tergerò le lacrime ed il fango con mani indugïanti in puri gesti. — Non t'amo, — ti dirò, ma: — ti compiango.
Lascia che dal tuo incubo ti desti, per risvegliarmi io pure a poco a poco, fin che in noi di dolore orma non resti.
Fui per dire: — Ed allor ci parrà un gioco degno di riso questo mal vorace... Ma in lui o in me non so che grido roco
negò: — Non voglio! Il mio soffrir mi piace!