Italian poem
Stupor de la natura, onor de l'arte
by Antonio Bruni (1593–1635)
Stupor de la natura, onor de l’arte, tua mercé pur rimiro in tela espressi i pregi altrui ch’idolatrando io lessi in argolico stil, latine carte. Ecco il lino animato agli occhi esprime l’ideo pastor, de la beltá l’idea, ch’è frigia meraviglia e pompa achea, de l’italico Apelle opra sublime. La bella greca al giovine troiano giá fu rapina a’ suoi desir gradita, e disciolse la vergine rapita i gridi al ciel, le trecce a l’aura invano. Giá di tanto tesor vedove e prive, per insolita via correndo al Xanto, piú che d’umor vedeansi ebre di pianto d’Inaco l’onde e d’Acheloo le rive. E giá, tosto ch’aperse i primi albori a l’Asia, del bellissimo sembiante, adultera in amor, lasciva amante, arse a Scamandro i flutti, ad Ida i fiori. Ma pur oggi, nel lino, al patrio lito Pari, ch’altri non ha pari nel viso, pur lei rapisce, onde ne resta anciso e ne la sua rapina anco rapito. Ben veggio in lui, se lui contemplo e guardo vagheggiator del vagheggiato volto, col vezzo in bocca a lascivir rivolto, il lusso del color, ma piú del guardo. Ritratti, ancor miracoloso amore gli arde fra l’ombre e ’l foco lor non cela, e se da lor non miro arsa la tela, è di pennel miracolo maggiore. Tremanti sí, ma nel mirar non lassi, volgono gli occhi a l’amorose prove; ma per molle sentiero impenna e move il volo il cor, piú che la pianta i passi. De la coppia d’amor ebra e seguace è precursore Amor; ma stella e guida è di lei la beltá cupida e fida, vie piú che di Cupidine la face. Ma come avvenir può ch’ella s’avvezzi nel tuo albergo, ov’Apollo ha ’l simulacro, a trattar sí profana in loco sacro varie lascivie, e la lascivia i vezzi? Se di greca eloquenza amico fonte ne l’eccelsa magion lor corre avanti, come da Grecia i fuggitivi amanti ne l’eccelsa magion volgon la fronte? Qui, di cura real gravido il seno, spieghi i pregi de l’ostro e de la penna, famosissimo al par, s’unqua a la Senna giugni dal Tebro o se dal Tebro al Reno. Non intrecci di mirti altri le chiome qui, dove a te l’intreccia o lauro o palma; non sia ratto d’amor dov’hai la palma di rapire a l’oblio famoso il nome. Da la sacra magion, dunque, sen vada lungi la coppia effeminata e molle. Miri ch’incontra a lei la punta estolle giá di Febo lo stral, d’Astrea la spada. Ma quale agli occhi miei s’offre novella opra d’amore? a qual di morte acerba apparato d’orror, scena superba or guida i guardi miei tragica stella? Veggio pur io l’innamorata Elisa al suo spirto che fugge aprir la via, onde scerner non so s’ella piú sia arsa nel rogo o piú nel sangue intrisa; e seco miro anch’io pietosa cura mostrar su lei l’addolorata suora che sospira e che piagne, ond’avvalora col pianto il foco e co’ sospir l’arsura. Sembra vivo il color, se ’l miro intento; e ben opra è di lui ch’illustre e chiaro de la canora dea discioglie al paro inver’ la gloria e cento penne e cento. Né dev’ella mostrar nel regio tetto su ’l rogo in pria d’amore, indi di morte, de la vita le fila o tronche o corte, incenerita il cor, svenata il petto. Sol ne la reggia tua nutre e conserva il ciel, tra varie imagini ingegnose, o magnanimo eroe d’opre famose, la clemenza e ’l valor, Febo e Minerva. Ah, ben leggo il magnanimo pensiero! De la gemina imagine discerno non vulgare il concetto, il senso interno, e certo, invariabile, il mistero. Vuoi che guardo modesto, alma pudica, argomenti infallibili n’apprenda, se fia che a contemplar sui lini intenda l’afflitta Dido e la rapina antica. Chi di teneri mirti avvolge il crine fugga i furti d’amor, saggio ed accorto; a chi da due begli occhi in terra è scorto, s’è principio l’amore, il rogo è fine. Se ’l frigio involator, d’amor campione, l’adorata bellezza ha sempre appresso volge, rivolto in cenere se stesso, in fiamme l’Asia, in cenere Ilione. S’al troian peregrin l’anima inchina, da lo strale d’amor ferita e vinta; giace da l’armi de la morte estinta di Cartago la nobile reina. Par che ’l saggio pittor fregi ed allumi con l'ombre de’ colori e de’ pennelli quei de’ furti d’amor pregi novelli vie piú che col disegno e che co’ lumi. Fuma l’accesa e ’nsanguinata pira ov’omicida e vittima è pur Dido; e ’l caro amante e fuggitivo infido con gli aliti di morte anco sospira. Quinci cortese il ciel questo n’adombra veracissimo senso agli occhi miei: «Fuggi lascivo amor, se saggio sei: la gioia è un fumo ed è ’l diletto un’ombra».