Italian poem
Pure ad onta del forte
by Antonio Ottoboni (1646–1720)
Pure ad onta del forte Recinto tuo precipitasti al suolo Invan dall’Asia, o Tesmivar, difeso. Pur di catena e morte Ti fè temer d’Eugenio il brando solo D’Austriaco sdegno, orribilmente acceso: E il periglio compreso Cessar ti fè dall’ostinato orgoglio, E servi al Duce in Campo, a Carlo in soglio. Or in qual parte, e dove Sparso di sangue, e di vergogna il corno Trarrà l’Odrisia Luna i suoi pallori? L’infelici sue prove Al fier Sultano accresceran lo scorno, E alla barbara plebe ire e timori: All’Augure gli errori Rinfaccerà, che con bugiardo insulto Screditò il mio Profeta, e l’empio culto. Col vinto stuolo intanto D’usar non lascia il vincitor pietoso Generosa bontà, tra l’armi ancora. Escon, versando il pianto, L’Ismare turbe; e il difensor geloso, Non l’insulta, o deride, anzi le onora, Consente, ch’escan fuora. Salve vite ed arredi; e sol la gloria Per se ritien dell’immortal vittoria. Và corri, Araldo infesto, Ad tuo barbaro Re; dì, chi il tonante lBronzo dell’Austria ha diroccato il muro: Dì, che per lui funesto È il secondo trionfo, e ch’il Turbante Sul superbo suo crin non è sicuro: Dì, che non è più oscuro Il decreto del Ciel: dì, che di scorni, E di perdite carco in Asia ei torni. Dì.... Ma che dir potrai, Che nol dica la Fama, alla cui tromba Con stupore e con gioja applaude il Mondo Presto, presto, vedrai Come Belgrado al suo valor soccomba, Valor, c’ha il Cielo all’opre sue secondo. Vedrai nel suo profondo Regno Cintia celarsi, e che il mortale Colpo non scese al gran disegno uguale. Già la Cretica cuna Toglie all’empio ladron Giove sdegnato, E chiama l’Adria, onde le sciolga il laccio Già propizia fortuna La messenia seconda. Ecco placato Il Nume, e le offre, onde risorga, il braccio. Già dall’osceno impaccio Tolgonsi i sacri Tempj, e già sen rese Le Lune e le Meschite; e Croci e Chiese. Oh dell’Austriaco artiglio Formidabili possanza, a cui concesse Non finto Giove il fulminar sù gli Empj!, Nell’estremo periglio Ei la Fede soccorso, e l’indefesse Sue fatiche salvaro Altari e Tempj. Or da sì rari esempj. Di valor, di pietà, di santo zelo Vedesi, che. con Carlo è in lega il Cielo E del Cielo e d’Augusto Eugenio è il gran Ministro; al sacro alloro Intreccia di sua mano altre corone, Onde il serto vetusto Posa sul biondo crin con tal decoro; Che tema insieme e riverenza impone. E di Cristo Campione Conoscer fa quanto sa oprar pugnando Col braccio suo del gran Clemente il brando. Or di squadre rubelle Fidati, iniquo Trace; e Stati, e mura Consegna a Genti al vero culto infide. Già provi in Mar procelle, Già non trovi per te Terra sicura; L’Adria t’incalza, ed il German t’uccide. Già si squarcia e divide Il tirannico Impero; e già ti torni Pirata d’Asia a i poveri soggiorni. Sul Pannonico Campo Di sangue Monsulman l’erbe rosseggia, Ed ingombran gli estinti e l’Istro e il Savo. Per te l’unico scampo E l’usurpata Bizantina Reggia, Ed ivi ancor sarai vassallo, e schiavo. Già il Valacco e il Moldavo. Sorgon (gettando i ceppi) arditi e forti De’ lor Sovrani a vendiear, le morti. Oh per il pio Clemente Secolo fortunato! Oh per l’invitto Carlo Austriaco Imperaute anni felici! Dell’infido Oriente Già prevedo per voi l’ardir sconfitto. Già al Vangelo vegg’io tolti i nemici: Colle lor posse ultrici. Già l’Ungarico calle ha Eugenio aperto: Questo si calchi; ed il trionfo è certo.
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