Versos Italian Antonio Ottoboni O della Croce offesa

Italian poem

O della Croce offesa

by (1646–1720)

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O Della Croce offesa Adria vendicatrice, a te dal Cielo scenda l’alto poter sull’onde e i venti i Armisi in tua difesa La destra onnipotente, onde il tuo zelo Del protetto Israel provi i portenti: Con prodigi evidenti Vincasi il Trace, e nell’ingiusta guerra Non trovi porto in Mar, nè asilo in Terra. Fuor dell’Erebo insano Balzan le Furie, già sconvolte e nere Tuonar s’odon le nubi, e fremere l’onde: Cuoprono il monte, e il piano L’Odrisie belve, e insanguinate e fiere Calcan furenti le Messenie sponde: Trema, fugge, s’asconde Il Greco intimorito, e al fulminante Bronzo veggiam cader, le Rocche infrante. Dalle Torri e da’ Tempj Già si schiantan le Croci, e le superbe Corna ardisce spiegar la Tracia Luna; Già rinnovan quegli Empj L’iniquo culto, e già le messi e l’erbe, Per le Turche falangi il campo aduna Già la cieca Fortuna Al crudo assalitor tutto concede, Anzi assicura al rio ladron le prede. Trema il Dalmata invaso; Ma pur resiste, e il disugual cimento Con intrepido cuor sostiene ancora., Deh chi nel fatal caso, Principi, lo soccorre! Il sol portento D’Adria il valore incoraggì sin’ora; Ma dell’infida Aurora Troppo la possa è violenta e vasta; un Leon con più Tigri invan contrasta, Deh rivolgete a i vostri Poggi deliziosi, e alle feconde Glebe d’Italia Eroi sublimi il ciglio, Dunque de’ liquor nostri Ebbro vedremo il Trace, e sulle bionde Spiche stender dovrà l’avaro artiglio? Dunque a strano periglio Esposte lasce ren Figlie e Consorti? Interesse, ed Onortaci e sopporti? Ecco il suo Giove estinto Pianger la Senna, e il successore Infante, Benchè Monarca, è ad ubbidir costretto. Il glorioso instinto Del grand’Avo egli avrà; di Cristo avante Terra la Croce, e la sua Fede in petto; Ma sul torbido aspetto Di Cintia pria ch’ei volga e mente e guardo, Sarà il soccorso inefficace, o tardo Par ch’all’Istro prometta La sospirata prole il Ciel secondo, E consola ogni cor l’alta speranza; Ma a frenar l’empia Setta Carlo ancor uon s’accinge: e pure il Mondo Solo a sperar nel suo poter s’avanza Che l’Austriaca possanza, Cui fa madre la Fede, e padre il Zelo, Decretò il Ciel, che sia scudo al Vangelo. Ah la Nave di Piero Naufragante vacilla, e Tisi incerto Per qual parte si volga il Pino arrischia. Benche cauto il Nocchiero, Più la stella non vede; è il Ciel coperto Da nera nube, e il vento incalza, e fischia; La grandine si mischia Colla pioggia sanguigna, e quasi assorto Veder non sa come salvarsi in porto. So, che d’idee confuse Le carte aspergo, e già conosco il tetro Vapor, che ascende, ed il pensier m’ingombra. Da Febo, e dalle Muse Non ho più il lume, e timido m’arretro Non degli allor, ma de’ cipressi all’ombra. A chi mi tempra, o sgombra Questa smania mortall Deh torna in vita, O Santissimo Pio; prestaci aita. Tu pugnasti sedendo Colle preci e coll’oro, ed il paterno Zelo seguiro ubbidienti i Figli; Si percosse il tremendo Tifeo dell’Asia, e ne fremè l’Inferno, Ch’i flutti del Egèo vide vermigli. Or non v’è chi s’appigli All’esempio famoso. Ecco il cimento: Due braccia abbiamo noi, Briareo n’ha cento. Oh qual tragica scena S’apre a nostr’occhi, e di qual pianto asperso N’andrai per gli ozj tuoi Marte avvilito La pesante catena, l’ingiuste leggi, il giudice perverso, Il tributo servil, l’iniquo rito, L’oro, l’onor rapito S’aspetti pur chi di pugmar ricusa. L’Adria il Ciel salverà... Ma taci, o Musa.