Versos Italian Bernardo Morando Di che stupido t'ammiri

Italian poem

Di che stupido t'ammiri

by (1589–1656)

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Di che stupido t’ammiri, tu che miri la mia picciola statura? Non fu avara, come credi: se ben vedi, mi fu prodiga natura. Nel mio breve corpicello il modello ella fe’ d’un gran colosso: novo Encelado compose e mi pose su le spalle un monte addosso. Quando nacqui, influssi rei ai dí miei non promise astro nemico; ma in compendio il ciel cortese farmi intese un grand’uomo e grande amico. S’al di fuori altrui son scherno, ne l’interno non la cedo al magno Atlante: picciol son ne la sembianza, ma in sostanza corpo nano ha cor gigante. Non mi dir ch’io sia pigmeo, che non feo guerra mai che con le gru. Vieni in prova, se t’aggrada, con la spada, s’anch’Orlando fossi tu. Ben è ver che corto ho il braccio, ch’al mostaccio arrivarti non potrò. Ma se in alto piú non saglio, io di taglio sul tallon ti ferirò. Poco son ma tutto core, e timore non alberga nel cor mio; temo sol quando m’assale col suo strale picciol nano qual son io. Questo è Amor, che, pargoletto, al mio petto guerra fa con forze estreme: ei mi fere e strugge in duolo, m’arde, e solo tal nemico amico teme.