Italian poem
Ecco il buon Dio di Nisa
by Carlo Innocenzo Frugoni (1692–1768)
Ecco il buon Dio di Nisa, Che con la fronte adorna Di pampani ritorna Le ville a rallegrar. Le maculate tigri, Dori, a mirar, deh! vieni Sotto i purpurei freni Ubbidienti sudar,
Le Menadi saltanti, Che con lui fan ritorno, Mirale al carro intorno Levare in alto il piè, Alto gridando: Giunge Il Dio d’edere ornato, Il Dio due volte nato, Delle vendemmie il Re.
Ecco i vellosi Fauni, Che l’inquieto dito Sul cembalo ferito Fan rapido strisciar, Oh come gli uni in danza Il Dio seguendo vanno, Com’altri i campi fanno Di canti risonar!
Chi bei canestri porta, Peso opportuno e caro, E chi il ritorto acciaro Dell’uve troncator: E chi sul tergo vuote L’otri rugose tiene, Che tutte dovran piene Tornar di dolce umor,
Ebro su l’asinello Da lor non si divide Il buon Silen, che ride, E batte mano a man; Che ormai vicine vede L’uve a cader nel tino, Che in liquido rubino A liquefarsi van.
In villereccia gonna, Dori, vieni felice, Gentil vendemmiatrice Il Nume ad incontrar. Ah! tu gli parrai quella, Che il Fuggitivo infido Potè sul curvo lido Piangente abbandonar.
Ma seco non fermarti, E siegui il mio consiglio: Bellezza è in gran periglio, Se un Dio vicin le stà Ad una Bella troppo Piace ad un Dio piacere, Un Dio le fa parere Bella un’infedeltà.
Saluta il Nume amico; Poi, come Amor richiede, Col tuo Pastor il piede Volgi da lui lontan. Vieni fra l’altre Ninfe Salite già su gli olmi, Chè i grappoli ricolmi Liete troncando stan.
Là su quell’olmo ascendi, Dori, che a pampinosa Vite, fedel sua sposa, I rami maritò. Ve’ di montano faggio Scala al suo troncostarsi, Che ferma al tuo piè farsi Fido sostegno può
Salita già ti veggio, Già intenta al bel lavoro Spogli del suo tesoro Il tralcio produttor; Ma guarda, che furtivo Un Satirel qui sotto Da reo desir condotto Viene, e lo sgrida Amor.
Amore, che difende Sempre le belle cose, Con un flagel di rose Lo viene a discacciar: E scendere il protervo Veggendolo dall’alto, Ve’ come sa d’un salto Lunge da lui balzar.
Dori, sai, che l’Autunno, Tinto di mosto il viso, Fa in ogni parte il riso, E il giubilo apparir: Senti le Villanelle Sciogliere allegri canti; Sentii Pastori amanti Con loro i canti unir,
Snoda l’argentea voce Là sù dall’alta pianta, E i dolci versi canta, Che il tuo Pastor vergò; Il tuo Pastor, cui diede Liguria chiaro il nome; Cui spesso Amor le chiome i miti coronò,
Al tuo cantar vedrai Tutto tacer repente; Più vago, e più ridente L’Autunno devenir; E a te, che i giorni suoi, i suoi campestri regni Tanto bear ti degni, Le sue ghirlande offrir.
Ma quel fecondo tralcio, Dori, spogliasti assai: Discendi, e cessa omai Dal rustico lavor. Vieni, e con mano ardita Ingegnati furtiva Tinger la gota viva D’un giovane Pastor.
Di quel Pastor, che dolce Suona l’agreste avena, E a te, sua bella pena, Ben degno è di piacer: E poi che l’avrai tinto, Fuggi tra quelle frondi; Ma sì tra lor t’ascondi, Che possati veder.
Così per le campagne A folleggiar ne insegna La bella, che vi regna, Amabile stagion: Così di mosto il viso Nelle vendemmie antiche Tinse ad Amor già Psiche, Cipri al leggiadro Adon.