Versos Italian Carlo Innocenzo Frugoni Tutto (chi 'l negherà?) non muor l'Uom prode

Italian poem

Tutto (chi 'l negherà?) non muor l'Uom prode

by (1692–1768)

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Tutto (chi ’l negherà?) non muor l’Uom prode, Cui fu sù queste vie scorta Virtude: Tutto nol serra e chiude La gelid’urna, che i sospir non ode. Perman di bella lode Dal cener muto, e dall’orror di morte Sorge e rivive, e di sua nobil sorte Fa co’ tardi Nipoti Maravigliar i secoli remoti. A che discinta il crin, Parma, di pianto Mesta bagni il fatal sasso dolente, Ove depor repente Francesco non temèo suo fragil manto? Qual potrà darsi vanto Colei, che in Nulla tutto strugge e solve? Altro ella forse avrà ch’arida polve, E in un poche serbate A non ignobil tomba ossa nudate? Fuor del flebile avello ecco è rimasta La miglior parte dell’Eroe già spento: Ecco s’orna di cento Suoi doni eterni, e al pigro obblìo sovrasta. Ella sola a sè basta, E nel sentier di gloria, che ognor tenne, Con fuggenti da Terra invitte penne Poggia in alto, e là siede, Ove le cose sotto il piè si vede. Degna di somm’onor seco è Colei, Che un aureo freno or lenta, ed or raccoglie; E le ben rette voglie Lo guardan liete, e ne ringrazian lei. Fremono i ciechi e rei Affetti, che a Ragion mai non potero L’ordin turbar del suo felice impero, E nel volto ancor hanno Di loro servitù l’ire e l’affanno. Quelle, che dansi a real cuor suprenne Eccelse doti, pur le stanno a fianco: Intatta Fè di bianco Velo coperta, che macchiarsi teme; Santa Equità, che preme Col piè gl’Ingiusti, e gl’Innocenti affida; Alta Sagacità, che certa guida Viene ne’ dubbj eventi, E per man prende le commesse genti. E di quali raggi sfavillante in faccia Poi non s’aggiunge a lei bella Pietade, Che le dirette strade Sempre segnò del primo Vero in traccia? Ella perchè non giaccia Al suol, qual altra è d’uom virtù più degna, A tutte si accompagna, a tutte insegna Col suo celeste lume Il calle, e a tutti il dorso arma di piume. Ma pur d’Antichità nell’atra notte Si starian senza onor Tito ed Augusto, Se non fosse il vetusto Purato stil d’illustri penne e dotte Cedon disperse e rotte Del tempo le caligini profonde, Dove Eloquenza suo splendor diffonde: Senza lei sconosciuta Sente l’ingrato obblìo Virtù taciuta, Non però a te, Signor, che a Taro e Trebbia Tolsero i Fati sordi al pregar nostro, Manca d’eletto inchiostro Pronta cura felice, onde si debbia Temer, che scura nebbia D’obblivìose età ti cinga e veli. Odo anche il suon facondo, anche i fedeli Detti, che in mezze a’ tuoi Pregj ascender ti fanno infra gli Eroi Quelle, ch’io fei primier di te parole Gravi di duolo, ove il fraterno amore Ti diè l’estremo onore De’mesti incensi e dell’augusta mole, Forse neglette e sole dell’urna tua giacer vedrai: Non quelle, nò, Signor, che fanno omai Dalma facondia piene Nella tua Parma rifiorire Atene.