Italian poem
Celeste dono è la beltà, che scende
by Ciro di Pers (1599–1663)
Celeste dono è la beltá, che scende ad invaghir qua giú l’umane menti de’ beni eterni, e a sollevarle al cielo; chiare faville accende ne’ foschi cori e co’ suoi raggi ardenti sgombra de’ pigri affetti il lento gelo; sotto un leggiadro velo, vie piú ch’all’occhio, all’intelletto scopre di lavoro divin mirabil opre. Ma non sempre ella suol ne’ regi tetti covar tra gli ostri e riccamente adorna sfidar le gemme in paragone e gli ori; ché d’ameni boschetti spesso a l’ombra riposta anco soggiorna, e d’un prato ridente emula i fiori. Quivi ne’ freschi umori d’un puro fonticel si specchia e lava, e co’ fregi dell’erba i crini aggrava. Fan di gemme inaspriti aurei monili, d’argentei scherzi varïati manti, pompa non di beltá, ma di ricchezza; son degli avi gentili l’alte memorie e i celebrati vanti, fregi di nobiltá, non di bellezza: ch’ella per sé s’apprezza e si brama per tutto ove si vede, e cieco è quei ch’altra ragion ne chiede. Ma cieco e stolto è quegli ancor che l’ama solo in un loco, e se la mira altrove o non la riconosce o non la cura. Chi la bellezza brama, la brama sempre in ogn’oggetto, e dove la scorge ivi d’unirsi a lei procura. Animata pittura, ell’è di Dio ritratto; io stimo un empio chi la vuol adorar solo in un tempio. Quegli che non ha cor d’amar capace l’universal bellezza, ama e desia la bellezza di Filli o di Nigella; quindi non trova pace co’ suoi meschini affetti; erra e travia, mentre la luce vuol sol d’una stella, che se splende rubella a le sue voglie, infra gli orrori immensi ei non ha scorta al travïar de’ sensi. Sol una è la beltá che ’l divo lume in piú corpi diffonde, e quasi Sole a molte stelle i raggi suoi comparte; ond’è stolto costume di chi solo in un volto amar ne vuole con povero desio picciola parte. Volgi l’antiche carte e sovente vedrai lo stesso Giove in nuovi oggetti amar vaghezze nove. Tu, saggio Andrea, che non restringi il core fra l’angustie d’un viso, e a’ desir vasti una sola speranza ésca non fai; per te non trova amore entro due sole luci ardor che basti, e i lacci d’un sol crin non sono assai. Quindi è che tu ben vai col libero pensier per varie forme de l’unica beltá tracciando l’orme. Quind’è ch’or la capanna ed or la reggia ti vede amante a vagheggiare intento una sola bellezza in molte belle; né creder giá ch’io deggia dannare il tuo consiglio; anch’io mi pento che non presi a cercar altre facelle, tosto che le due stelle, che m’allettaron pria, mostrârsi avverse e fèro orgoglio il mio sperar disperse. Sciocco Tantalo er’io, che ’n mezzo l'acque dura sete soffria, perché volea sol di fonte lontana onda interdetta. La beltá che mi piacque, mentre mal saggio fui, solo in Nicea, or dovunque la miro ivi m’alletta. Due begli occhi ha Lisetta ed ha Clori un bel sen di vivi avori: di Lisetta amo gli occhi e ’l sen di Clori.