Italian poem
Donna, negli occhi vostri
by Eustachio Manfredi (1674–1739)
DOnna, negli occhi vostri Tanta, e sì chiara ardea Maravigliosa allora luce onesta, Che agevolmente uom ravvisar potea, Quanta parte di Cielo in voi si chiude E seco dir: non mortal cosa è questa. Ora si manifesta Quell’eccelsa virtude Nel bel consiglio, che vi guida ai chiostri, Ma perchè i sensi nostri Son ciechi incontro al Vero, Non lesse uman pensiero Ciò, che dicean que’ santi lumi accesi. Io li vidi, e gl’intesi, Mercè di chi innalzommi, e dirò cose Note a me solo, e al vulgo ignaro ascose. Quando piacque a Natura Di far sue prove estreme Ne l’ordir di vostr’Alma il casto ammanto, Ella, ed Amor si consigliaro insieme, Siccome in opra di comune onore, Maravigliando pur di poter tanto, Crescea il lavoro intanto Di lor speme maggiore, E col lavoro al par crescea la cura; Fin che l’alma fattura Piacque all’Anima altera, La qual pronta, e leggera, Di mano a Dio, lui ringraziando, uscìa, E raccogliea per via Di questa spera discendendo in quella, Ciò ch’arde di più puro in ogni stella. Tosto, che vide il Mondo L’angelica sembianza Ch’avea l’Anima bella entro il bel velo: Ecco, gridò, la gloria e la speranza Dell’età nostra, ecco la bella immago Sì lungamente meditata in Cielo; E in ciò dire ogni stelo Si fea più verde e vago, E l’aer più sereno e più giocondo. Felice il suol, cui ’l pondo Premea del bel piè bianco O del giovenil fianco, O percotea lo sfavillar degli occhi! Ch’ivi i fior visti o tocchi Intendean lor bellezza, e che que’ rai Movean più d’alto, che dal Sole assai. Stavasi vostra mente Paga intanto e serena D’alto mirando in noi la sua virtute; Vedea quanta dolcezza e quanta pena Destasse in ogni petto a lei rivolto, E udia sospiri è tronche voci e mute; E per nostra salute Crescea grazie al bel volto, Ora inchinando il chiaro sguardo ardente, Ora soavemente Rivolgendosi fiso Contro dell’altrui viso, Quasi col dir: mirate, Alme, mirate In me che sia beltate, Che per guida di voi scelta son io, E a ben seguirmi condurrovvi in Dio. Qual’io mi fessi, allora Quando il leggiadro aspetto Pien di sua luce agli occhi miei s’offrio, Amor, tu sai, che il debile intelletto Al piacer confortando in lei mi festi Veder ciò, che vedem’ tu solo, ed io;. E additasti al cuor mio In quai modi celesti Costei l’Alme solleva, e le innamora; Ma più d’Amore ancora Ben voi stesse il sapete, Luci beate e liete, Ch’io vidi or sovra me volgendo altere Guardar vostro potere, Or di pietate in dolce atto far mostra, Senza discender dalla gloria vostra. Oh lenta, e male, avvezza In alto a spiegar l’ale Umana vista oh sensi infermi e tardi! Quanto sopra del vostro esser mortale Alzar poteavi ben’inteso un solo! Di que’ soavi anamorati sguardi, Ma il gran piacer codardi Vi fece al nobil volo, Che avvicinar poteavi a tanta altezza; Che nè altrove bellezza Maggior sperar poleste Folli, e tra voi diceste, Quella mirando allor presente, e nuova: Qui di posar ne giova Senza seguir la scorta del bel raggio: Qual chi per buon giorno obblia il viaggio. Vedete or come accesa D’alme faville e nuove Costei corre a compir l’alto disegno. Vedi, Amor, quanta in lei dolcezza piove, Qual si fa il Paradiso, se qual de resta Il basso Mondo, che di lei fu indegno. Vedi il beato Regno Qual luogo alto le appresta, E in lei dal Cielo ogni pupilla intesa Confortarla all’impresa. Odi gli spirti casti Gridarle: assai tardasti, Ascendi, o fra di noi tanto aspettata, Felice Alma ben nata. Si volge ella a dir pur, ch’altri la siegua, Poi si mesce fra i lampi, e si dilegua. Canzon, se d’ardir troppo alcun ti sgrida, Digli, che a te non creda, Ma venga infinchè puote egli, e la veda.