Versos Italian Francesco Beccuti Donne, da' cui bei lumi onesti e santi

Italian poem

Donne, da' cui bei lumi onesti e santi

by (1509–1553)

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Donne, da’ cui bei lumi onesti e santi tanta dolcezza piove ch’i fior per tutto par ch’apra e rinnove, se far piú vaga ancor vostra beltate qualche desir avete, qui sol gli occhi volgete e qui mirate. Queste ch’ora vedete con noi, donne non son, come voi sete, ma dèe del sommo Giove venute qui con sue bellezze nove. Questi poi che con lor di piume adorno le chiome e i piè ne viene, è ’l messagger de’ dèi ch’ognor va intorno, che a voi per vostro bene manda ’l Motor che ’l ciel regge e mantiene. Onde, mentr’egli move la lingua, il cor non sia chi volga altrove. Donne leggiadre, in cui natura ha môstro e ’l ciel quanto può dar con gli elementi, questo santo splendor e questo nostro novo abito ed altier non vi spaventi: io messaggio di lui che l’alto chiostro regge e la terra e ’l mar e l’aria e i venti, sono, e queste son dèe che, come piace a Giove, or qui veniam per vostra pace. L’eterno Giove, a cui tanto ognor piacque questo vostro felice almo terreno, che ’l bel paese ove giá Europa nacque, di questo vostro gli fu caro meno: cosí verdi l’erbette e chiare l’acque, l’aura soave e ’l cielo chiaro e sereno gli die’, che quanto il sol intorno gira, altro a quest’oggi par non scalda o mira. Ma sopra tutte ogni sua estrema cura, donne, pose ed ogni arte in formar voi, e vi fe’ cosí vaghe oltra misura, che simili altre mai non fece poi. Onde, se spesso altrui gli animi fura di voi ciascuna co’ begli occhi suoi, maraviglia non è, ché cosí volse chi tante in voi bellezze insieme accolse. Ed acciò che ’l sentier che vi conduce a la sua gran bontá scorger poteste e, seguendo del ver l'etema luce, gloriose qua giú, donne, vi fèste, del vital corso vostro una per duce vi die’, del seggio suo ninfa e di queste, ch’ora meco qui son, fida sorella, ma de l’altre però piú saggia e bella. Questa da l’alto ciel che l’ama e onora, venne qui cinta di celesti rai e cerca col suo esempio alzarvi ognora ove per voi non vi alzereste mai: ma sorde e cieche al vostro bene ancóra pur vi mostrate; ché dovreste omai conoscer questa dea del paradiso a l’andar, a la voce, agli occhi, al riso. Onde ’l Motor che ’l suo leggiadro pegno, di cui forse altro in ciel non ha piú caro, ormai che non prezzate a piú d’un segno, come si converria, veduto ha chiaro, ora manda qui me dal suo bel regno, ch’esservi ancor de la sua grazia avaro non vuol, pur che ’l suo don da voi sia, quanto cosa santa si dèe, gradito tanto. E per bocca di lui, donne, vi dico: — Non sprezzate del ciel cotanto bene, s’ai desir vostri aver bramate amico Giove e l’ore gustar tutte serene: cosí ’l vostro terren fia sempre aprico, sempre fiorite queste piagge amene, e fresca ognor sará vostra bellezza senza temer di tempo e di vecchiezza. Ma perché donna è parsa a tutte l'ore a voi questa e non dea che dal ciel vegna, e per ciò non le avete il primo onore mai dato, come par che si convegna, vuol per questo il gran re che ’l vostro errore faccia ognuna di voi di scusa degna, pur che per l’avvenir statue e trofei, come degna n’è ben, sacriate a lei. — E perché l’occhio mai poco né molto, com’ha fatto fin qui, piú non v’inganni, queste simili alquanto a lei di volto or ho condotto a voi dagli alti scanni: ma, perché ’l bel, che ’n lei si vede accolto, non ebbe o avrá mai par per volger d’anni, io tutti gli onor suoi vi farò chiari che in queste altre non son tanti e sí rari. Son le sue chiome inanellate e bionde, del piú fin oro assai piú vaghe e belle, cosí a la vista altrui grate e gioconde, che non han paragon che stia con elle: quindi esce odor che si fa a l’aria, a l'onde, a la terra sentir ed a le stelle. La pura fronte è tal e ’l ciglio adorno, ch’a posta lor il ciel fan chiaro intorno. Tanta dagli occhi suoi piove e discende ognor grazia, dolcezza e leggiadria, ch’a un guardo sol di casto foco accende ogn’alma e al vero onor desta ed invia; questi son que’ begli occhi in cui risplende quant’ha il ciel onestade e cortesia, e che, con pace tua, Febo, piú assai splendon de’ tuoi lucenti e chiari rai. Se mai fresche, vermiglie e bianche rose in bel giardin con virginetta mano colse alcuna di voi e ne compose corona al crin in vago modo e strano, pensi che tai l’angeliche e amorose guance sian del suo viso dolce umano; se pur del ciel le rare maraviglie cosa terrena avvien che rassomiglie. Paion le labbra bei rubini ardenti, piú di quante n’ha Amor vaghe a vederle; sembrano i bianchi, schietti e puri denti candide orientali elette perle; quindi escono sí oneste e sí eccellenti dolcezze, ch’anco il ciel brama d’averle; quivi il parlar si forma e ’l riso ognora, ch’ogni piú freddo cuor arde e innamora. Non è sí bianco marmo o avorio schietto, se posto a paragon sia del bel seno, dove ha vera onestá dolce ricetto, che ’n parte agguagli il suo candore almeno. Del piú raro alabastro e piú perfetto è la candida man che tiene a freno qualunque per fuggir volge le piante da le leggi d’Amor pudiche e sante. Se ’l vago piè talor move, ogni loco vicin, cui troppo ghiaccio o caldo sface, vestir il piú bel verde a poco a poco si vede, che piú a voi diletta e piace; se va, se sta, se gli occhi pur un poco volge, se ride, parla, pensa e tace, del ciel le grazie ognor son tutte seco, ch’omai veder dovrebbe il mondo cieco. Ben cieco è ’l mondo, poi ch’a cosí rare grazie del ciel gli occhi tien chiusi ognora, e a cui pregio divin dovrebbe dare, come cosa mortal stima ed onora; ma piú d’ogni altro voi, donne mie care, ben sete cieche, poi che questa ancóra non conoscete, onde ogni vostro bene, come dal fonte suo, deriva e viene. Credete voi che le bellezze vostre, che vi fanno superbe ir ed altère, fossero tai ch’ancor su ne le nostre sfere ardesser per lor tutte le schiere, se ’l bel, ch’ognor piú in voi par che si mostre, con l’ornate e lodevoli maniere non prendesse (di Dio sí raro dono) qualitá da costei di ch’io ragiono? Belle vi fece il ciel, donne, io noi niego, tanto che forse mai non ne fe’ tali; né a parte alcuna mai volando io piego, ch’altre a voi di beltá ritrovi uguali: ma questa, di cui parlo e per cui priego, con le sante sue luci ed immortali tanta par che beltade ognor v’imprima, che nulla si può dir fosse la prima. Non è alcuna di voi che ’l viso adorno, a cui sol di beltá si deve il vanto, e i lumi che fan chiaro il cielo intorno e ’l riso e ’l puro sen candido e santo, ove Amor e Onestá fanno soggiorno, si fermi intenta a rimirar alquanto di questa cara a Dio, che in varie tempre da lei piú bella assai non parta sempre. Ché, come Febo d’ogn’intorno suole, allor che ad albergar col Tauro torna, far nascer per le piagge erbe e viole, e come del suo lume il mondo adorna, cosí lá dove questo vivo sole volge i begli occhi, subito s’aggiorna, e con quella virtú che da lor piove, desta, ove mira, ognor bellezze nuove. O piú di quante sono a questa etade, donne, felici voi quanto il mar gira, cui dato è di mirar si gran beltade! ma piú felice chi per lei sospira! Com’è giunta bellezza ad onestade non sa chi ’l viso di costei non mira; né può sapere com’Amore scocchi chi non sa il fiammeggiar de’ suoi begli occhi. E chi potesse ben mirar d’appresso come li regge e li governa Amore e contemplar com’ogni studio ha messo Natura e ’l Cielo in lor per farsi onore, quanto di gioia agli altri ha il ciel concesso fin qui, dir si potria pena e dolore a paragon del suo felice stato sopra ogni uso mondan lieto e beato. Ché, siccome dir si può felice cui per grazia è concesso il veder Dio, né brama piú (ché piú bramar non lice) e di ciò solo appaga il suo desio, cosí di questa vostra alma Fenice, da cui lunge sen fugge ogni aspro e rio cordoglio, rimirar potesse intento, qui non meno che in ciel vivria contento. Ché qui non men che in ciel gioia e dolcezza si pruova e tutto quel che giova e piace, mercé de’ suoi begli occhi onde allegrezza santa e certa deriva e non fallace: e chi altrove veder maggior bellezza o gustar crede piú tranquilla pace, indarno s’affatica e indarno spera, ché con lei sol va pace e beltá vera. E non pur sol questa leggiadra e bella scorger potrete ai vaghi santi lumi, al bel viso, a l’andar, a la favella, ma al perfetto giudizio e ai bei costumi: e chi tutte le doti accolte in ella contar potesse, ancor di tutti i fiumi conterebbe e del mar l’arena e quante stelle sostiene il forte e vecchio Atlante. Con lei caste accoglienze e cortesia e d’onor immortal desir ardente, senno e valor mai non veduti pria vanno e virtú non giá d’umana gente; giunta con fresca etade e leggiadria quivi si può veder canuta mente; né tante grazie il ciel per sé ritenne quante ne diede a lei quando qui venne. Ancor per ben conoscerla altri segni io vi potrei mostrar, che molti sono; ma, perché ai vostri pronti e chiar’ingegni questi ponno bastar, piú non ragiono. Or con divini onori e di lei degni mostrate di gradir sí raro dono; ché, per ciò, Giove, piú ch’ora non sete, belle ancor vi fará, contente e liete. Perché ’l voler di chi nel sommo regno siede monarca omai, donne, sapete, in onorar costei sola volgete tutti i vostri pensier e ’l vostro ingegno; ché in voi crescer ognor a piú d’un segno bellezza e leggiadria tanta vedete ch’aver a scherno poi sempre potete di vecchiezza e di tempo ogni disdegno; onde per voi giovani amanti ognora arderanno d’amor sincero e santo, che piú degli altri saggia donna prezza. Felice etá, che degnamente onora il ciel e sol a cui si deve il vanto non men di vera fé che di bellezza! Né sí molesta a discoprire è Aurora furto d’amor che grata notte asconda, né sí noioso è Borea, quando sfronda l’arbor che veste poi Favonio e Flora, quanto un fren che mi tenne e tienmi ancóra, perché ’l desio si rompa e si confonda: ch’io giá sarei, o compagnia gioconda, con voi, come ci son con l’alma ognora. Ma sará ’l cielo un dí tanto sereno, che io pur verrò dove una volta o dui vidi cosí bel fior crescere in erba: standomi intanto a le mie muse in seno, vi chiamo e ’nvito a verseggiar con nui, perché cantando il duol si disacerba.