Italian poem
Standomi sol co' miei pensieri un giorno
by Francesco Beccuti (1509–1553)
Standomi sol co’ miei pensieri un giorno, cose vedea maravigliose e tante che non può lingua raccontarle a pieno. Caro armellin, di sua bianchezza adorno, sí leggiadro e gentil m’apparve innante, ch’io n’ebbi ’l cor d’alta vaghezza pieno; ma poi, come baleno, m’uscì di vista, ed io, tenendo intese le luci mie per le belle orme invano, un cacciator villano di fango il cinse e con tal arte il prese, onde pietade e sdegno il cuor m’accese. Non molto dopo agli occhi miei s’offerse dolce, amoroso, candido colombo, né tale il carro a la sua dea sostenne. Dal ciel, ove le nubi eran disperse, quasi un angel calar vedeasi a piombo e fender l’aria senza muover penne; da traverso poi venne grifagno augello e di rapina ingordo, e seco trasse l’innocente e puro col fiero artiglio e duro ch’era di furti e d’altre macchie lordo: e sospiro qualor me ne ricordo. Si dilettoso e vago colle ameno non vide forse mai Cipro né Cinto, quanto quel ch’io mirai mentre al ciel piacque: quivi era piú che altrove il ciel sereno, quivi il terren piú verde e piú dipinto, l’aura piú dolce e piú soavi l’acque; onde nel cuor mi nacque alto disio di farvi albergo eterno; e ’l piè fermai; ma fu’l pensier mal saggio, ché quel fiorito maggio tosto cangiossi in tristo, orrido verno, dove continua pioggia ancor discerno. Felice pianta in quel medesmo colle fu trasportata e, col favor del loco, di picciol tronco al ciel s’andava alzando. Quando ’l sole ha piú forza e ’l terren bolle, chi s’appressava a la dolce ombra un poco ponea la noia e la stanchezza in bando: ivi s’udia cantando Febo, scordato del suo lauro verde, tesser d’olmo ghirlande a le sue chiome. Ed ecco, io non so come, riman negletta e la vaghezza perde e serba a pena del suo ceppo ’l verde. Fuor d’un bosco sacrato e verde sempre, lasciando ’l nido, ove pur nacque dianzi, pargoletto leone uscia veloce: quell’etá par ch’ogni fierezza tempre: e con questo pensier gli corsi innanzi ed umano ’l trovai piú che feroce; ma ’l troppo ardir poi noce, perché, seco scherzando, in un momento s’infiammò d’ira e con turbato aspetto squarciommi i panni e ’l petto; e partissi da me poi lento lento, tal che solo a pensarvi ancor pavento. D’oro sparso e di gemme alfine io scòrsi purpureo letto ove dormia soave giovane illustre, di ferir giá stanco: ivi con l’occhio e col pensier discorsi bellezze che sembianti il ciel non have, ch’a ricontarle ogni bel dir vien manco; ma sovra l’omer bianco volar faville dal mio petto acceso per quel signor che ’l mondo accende e sforza; cosí, desto per forza, via sen volò da la mia vista offeso; io restai cieco e ne’ suoi lacci preso. Canzon mia, se di questo, al tristo avviso, fui mesto e dolente, che fia, poi che ’l mio danno è giá presente?
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