Versos Italian Francesco Berni Capitolo a Messer Francesco Milanese

Italian poem

Capitolo a Messer Francesco Milanese

by (1610–1673)

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Messer Francesco, se voi sète vivo (perch’i’ ho inteso che voi sète morto), leggete questa cosa ch’io ve scrivo;

per la qual vi consiglio e vi conforto a venir a Venezia, ch’oggimai a star tanto in Piacenza avete torto;

e quel ch’è peggio, senza scriver mai, ché pur, s’aveste scritto qualche volta, di voi stariamo più contenti assai.

Qui è messer Achille dalla Volta, e ’l reverendo monsignor Valerio, che dimanda di voi volta per volta

e mostra avere estremo desiderio; né pur sol egli, ma ogni persona n’ha un martel ch’è proprio un vituperio;

lasciamo andar monsignor di Verona, nostro padron, che mai né dì né notte con la lingua e col cuor non v’abbandona.

Se voi aveste, non vo’ dir le gotte, ma il mal di santo Antonio e ’l mal franzese e le gambe e le spalle e l’ossa rotte,

doveresti esser stato qua già un mese, tanto ogniun si consuma di vedervi e d’alloggiarvi e quasi far le spese.

Ma non dissegni già nissun d’avervi, ch’i’ vi vogl’io; e per Dio starei fresco, se’ forestieri avessino a godervi.

Venite via, il mio messer Francesco, ché vi prometto due cose eccellenti, l’un’è ’l ber caldo e l’altra il magnar fresco.

E se voi arrete mascelle valenti, vi gioverà, ché qui si mangia carne di can, d’orsi, di tigri e di serpenti.

I medici consiglion che le starne quest’anno, per amor delle petecchie, farebbon mal, chi volesse mangiarne;

ma de questi lavori delle pecchie, (o ape, a modo vostro) vi prometto che n’avem co i corbegli e con le secchie.

Io parlo d’ogni sorte di confetto: in torte, in marzapani e ’n calicioni vo’ sotterrarvi insin sopra el ciuffetto;

capi di latte santi, non che buoni (io dico capi, qui si chiamon cai), da star proprio a magnarli in ginocchioni;

poi certi bozzolai impeverai, alias berlingozzi e confortini: la miglior cosa non magnasti mai.

Voi aspettate che l’uom ve strascini; venite, ché sarete più guardato che ’l doge per la Sensa da i facchini;

sarete intratenuto e corteggiato, ben visto da ogniun com’un barone, chi v’oderà se potrà dir beato;

parrete per queste acque un Anfïone, anzi un Orfeo, che sempre avea dirieto bestie in gran quantità d’ogni ragione.

Se sète, com’io spero, sano e lieto, per vostra fe’ non mi fate aspettare, né star tanto con l’animo inquïeto.

Ècci onestamente da sguazzare, secondo il tempo; ècci il Valerio vostro ch’in cortesia sapete è singulare.

Ciò ch’è di lui possiam riputar nostro, e pane e vin: pensate ch’adess’io scrivo con la sua carta e col suo inchiostro.

Stemo in una contrada et in un rio, presso santa Trìnita e l’arzanale, incontro a certe monache d’Iddio,

che fan la pasqua come il carnovale, id est che non son troppo scropulose, ché voi non intendeste qualche male.

Venite a scaricar le vostre cose et a diritto; e venga Bernardino, ché faremo armonie miracolose.

Poi alla fin d’agosto o lì vicino, se si potrà praticare el paese, verso el patron pigliarem il camino,

che l’altr’ier se n’andò nel veronese.