Versos Italian Francesco Petrarca II (Pien d’infinita e nobil meraviglia…)

Italian poem

II (Pien d’infinita e nobil meraviglia…)

by

Listen in the reader

Pien d’infinita e nobil meraviglia presa a mirar il buon popol di Marte, ch’al mondo non fu mai simil famiglia, giungea la vista con l’antiche carte ove son gli alti nomi e’ sommi pregi, e sentiv’ al mio dir mancar gran parte; ma disviarmi i pellegrini egregi, Anibal primo, e quel cantato in versi Achille, che di fama ebbe gran fregi, i duo chiari Troiani e’ duo gran Persi, Filippo e ’l figlio, che da Pella agl’lndi correndo vinse paesi diversi. Vidi l’altro Alessandro non lunge indi non già correr così, ch’ebbe altro intoppo (quanto del vero onor, Fortuna, scindi!); i tre Teban ch’ i’ dissi, in un bel groppo; ne l’altro, Aiace, Diomede e Ulisse che desiò del mondo veder troppo; Nestor che tanto seppe e tanto visse; Agamenón e Menelao, che ’n spose poco felici al mondo fer gran risse; Leonida, ch’ a’ suoi lieto propose un duro prandio, una terribil cena, e ’n poca piazza fe’ mirabil cose; et Alcibiade, che sì spesso Atena come fu suo piacer volse e rivolse con dolce lingua e con fronte serena; Milziade che ’l gran gioco a Grecia tolse, e ’l buon figliuol che con pietà perfetta legò sé vivo e ’l padre morto sciolse; Teseo, Temistoclès con questa setta, Aristidès che fu un greco Fabrizio: a tutti fu crudelmente interdetta la patria sepoltura, e l’altrui vizio illustra lor, ché nulla meglio scopre contrari due com ’piccolo interstizio. Focïon va con questi tre di sopre, che di sua terra fu scacciato morto; molto diverso il guidardon da l’opre! Com’io mi volsi, il buon Pirro ebbi scorto, e ’l buon re Massinissa, e gli era avviso d’esser senza i Roman ricever torto. Con lui, mirando quinci e quindi fiso, Jero siracusan conobbi, e ’l crudo Amilcare da lor molto diviso. Vidi, qual uscì già del foco, ignudo il re di Lidia, manifesto esempio che poco val contra Fortuna scudo. Vidi Siface pari a simil scempio; Brenno, sotto cui cadde gente molta, e poi cadde ei sotto il delfico tempio. In abito diversa, in popol folta fu quella schiera; e mentre gli occhi alti ergo, vidi una parte tutta in sé raccolta, e quel che volse a Dio far grande albergo per abitar fra gli uomini, era il primo; ma chi fe’ l’opra gli venia da tergo: a lui fu destinato, onde da imo produsse al sommo l’edificio santo, non tal dentro architetto, com’io stimo. Poi quel ch’a Dio familïar fu tanto in grazia, a parlar seco a faccia a faccia, che nessun altro se ne può dar vanto; e quel che, come un animal s’allaccia, co la lingua possente legò ’l sole, per giugner de’ nemici suoi la traccia. O fidanza gentil! chi Dio ben cole, quanto Dio ha creato aver suggetto, e ’l ciel tener con semplici parole! Poi vidi ’l padre nostro, a cui fu detto ch’uscisse di sua terra e gisse al loco ch’a l’umana salute era già eletto; seco il figlio e ’l nipote, a cui fu il gioco fatto de le due spose; e ’l saggio e casto Joseph dal padre lontanarsi un poco. Poi stendendo la vista quant’io basto, colui vidi oltra il qual occhio non varca, la cui inobedienza ha il mondo guasto. Di qua da lui, chi fece la grande arca, e quei che cominciò poi la gran torre che fu sì di peccato e d’error carca; poi quel buon Juda a cui nessun può torre le sue leggi paterne, invitto e franco com’uom che per giustizia a morte corre. Già era il mio desio presso che stanco, quando mi fece una leggiadra vista più vago di mirar ch’i’ ne fossi anco. I’ vidi alquante donne ad una lista: Antiope ed Oritia armata e bella, Ippolita del figlio afflitta e trista, e Menalippe, e ciascuna sì snella che vincerle fu gloria al grande Alcide: e’ l’una ebbe, e Teseo l’altra sorella; la vedova che sì secura vide morto ’l figliolo, e tal vendetta feo ch’uccise Ciro et or sua fama uccide, però che, udendo ancora il suo fin reo, par che di novo a sua gran colpa moia, tanto quel dì del suo nome perdeo. Poi vidi quella che mal vide Troia, e fra queste una vergine latina ch’in Italia a’ Troian fe’ molta noia. Poi vidi la magnanima reina: con una treccia avolta e l’altra sparsa corse alla babilonica rapina; poi Cleopatra, e l’un’e l’altra er’ arsa d’indegno foco; e vidi in quella tresca Zenobia del suo onor assai più scarsa. Bella era, e ne l’età fiorita e fresca; quanto in più gioventute e ’n più bellezza, tanto par ch’onestà sua laude accresca; nel cor femineo fu sì gran fermezza, che col bel viso e co l’armata coma fece temer chi per natura sprezza: io parlo de l’imperio alto di Roma, che con arme assalìo; ben ch’a l’estremo fusse al nostro trionfo ricca soma. Fra’ nomi che in dir breve ascondo e premo, non fia Judith, la vedovetta ardita, che fe’ il folle amador del capo scemo. Ma Nino ond’ogni istoria umana è ordita, dove lasc’io e ’l suo gran successore che superbia condusse a bestial vita? Belo dove riman, fonte d’errore non per sua colpa? Dov’è Zoroastro, che fu de l’arti magiche inventore? E chi de’ nostri dogi che ’n duro astro passar l’Eufrate fece il mal governo, a l’italiche doglie fiero impiastro? Ov’è ’l gran Mitridate, quello eterno nemico de’ Roman che sì ramingo fuggì dinanzi a lor la state e ’l verno? Molte gran cose in picciol fascio stringo: ov’è un re Arturo, e tre Cesari Augusti, un d’Affrica, un di Spagna, un Lottoringo? Cingean costu’ i suoi dodici robusti; poi venia solo il buon duce Goffrido che fe’ l’impresa santa e’ passi giusti. Questo, di ch’io mi sdegno e ’ndarno grido, fece in Jerusalem co le sue mani il mal guardato e già negletto nido. Gite superbi, o miseri Cristiani, consumando l’un l’altro, e non vi caglia che ’l sepolcro di Cristo è in man de’ cani! Raro o nessun che ’n alta fama saglia vidi dopo costui, s’io non m’inganno, o per arte di pace o di battaglia. Pur, come uomini eletti ultimi vanno, vidi verso la fine il Saracino che fece a’ nostri assai vergogna e danno; quel di Lurìa seguiva il Saladino, poi il duca di Lancastro, che pur dianzi era al regno de’ Franchi aspro vicino. Miro, come uom che volentier s’avanzi, s’alcuno ivi vedessi qual egli era altrove agli occhi miei veduto inanzi; e vidi duo che si partir iersera di questa nostra etate e del paese; costor chiudean quella onorata schiera: il buon re cicilian che ’n alto intese e lunge vide e fu veramente Argo; da l’altra parte il mio gran Colonnese, magnanimo, gentil, constante e largo.