Versos Italian Francesco Petrarca III (Io non sapea da tal vista…)

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III (Io non sapea da tal vista…)

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Io non sapea da tal vista levarme, quand’io udi’: - Pon mente a l’altro lato ché s’acquista ben pregio altro che d’arme. - Volsimi da man manca, e vidi Plato che ’n quella schiera andò più presso al segno al qual aggiunge cui dal Cielo è dato, Aristotele poi, pien d’alto ingegno, Pitagora che primo umilemente filosofia chiamò per nome degno, Socrate e Senofonte, e quello ardente vecchio a cui fur le Muse tanto amiche ch’Argo e Micena e Troia se ne sente; questo cantò gli errori e le fatiche del figliuol di Laerte e d’una diva, primo pintor delle memorie antiche. A man a man con lui cantando giva il Mantovan che di par seco giostra, ed un al cui passar l’erba fioriva: questo è quel Marco Tullio in cui si mostra chiaro quanti eloquenzia ha frutti e fiori; questi son gli occhi de la lingua nostra. Dopo venia Demostene che fori è di speranza omai del primo loco, non ben contento de’ secondi onori; un gran folgór parea tutto di foco: Eschine il dica che ’l poteo sentire quando presso al suo tuon parve già fioco. Io non posso per ordine ridire questo o quel dove mi vedessi o quando, e qual andare inanzi e qual seguire; ché, cose innumerabili pensando e mirando la turba tale e tanta, l’occhio e ’l pensier m’andava disviando. Vidi Solon, di cui fu l’util pianta che, se mal colta è, mal frutto produce, cogli altri sei di che Grecia si vanta. Qui vid’io nostra gente aver per duce Varrone, il terzo gran lume romano, che quando il miri più tanto più luce; Crispo Sallustio, e seco a mano a mano un che già l’ebbe a schifo e ’l vide torto, cioè ’l gran Tito Livio padovano. Mentr’io ’l mirava, subito ebbi scorto quel Plinio veronese suo vicino, a scriver molto, a morir poco accorto. Poi vidi il gran platonico Plotino, che, credendosi in ozio viver salvo, prevento fu dal suo fero destino, il qual seco venia dal materno alvo, e però providenzia ivi non valse; poi Crasso, Antonio, Ortensio, Galba, e Calvo con Pollïon, che ’n tal superbia salse, che contra quel d’Arpino armar le lingue cercando ambeduo fame indegne e false. Tucidide vid’io, che ben distingue i tempi e ’luoghi e l’opere leggiadre e di che sangue qual campo s’impingue; Erodoto di greca istoria padre vidi, e dipinto il nobil geometra di triangoli e tondi e forme quadre; e quel che ’nver di noi divenne petra, Porfirio, che d’acuti silogismi empié la dïalettica faretra facendo contra ’l vero arme i sofismi; e quel di Coo che fe’ vie miglior l’opra, se bene intesi fusser gli aforismi. Apollo et Esculapio gli son sopra, chiusi ch’a pena il viso gli comprende, sì par che i nomi il tempo limi e copra. Un di Pergamo il segue, e in lui pende l’arte guasta fra noi, allor non vile, ma breve e ’scura; e’ la dichiara e stende. Vidi Anasarco intrepido e virile, e Senocrate più saldo ch’un sasso che nulla forza volse ad atto vile; vidi Archimede star col viso basso e Democrito andar tutto pensoso per suo voler di lume e d’oro casso; vidi Ippia, il vecchiarel che già fu oso dir: - Io so tutto, - e poi di nulla certo ma d’ogni cosa Archesilao dubbioso; vidi in suoi detti Eraclito coverto, e Dïogene cinico in suo’ fatti, assai più che non vuol vergogna, aperto; e quel che lieto i suoi campi disfatti vide e deserti, d’altre merci carco, credendo averne invidïosi patti. Ivi era il curïoso Dicearco, ed in suo’ magisteri assai dispari Quintilïano e Seneca e Plutarco. Vidivi alquanti ch’han turbati i mari con venti avversi e con ingegni vaghi, non per saver ma per contender chiari, urtar come leoni, e come draghi colle code avvinghiarsi. Or che è questo, ch’ognun del suo saver par che s’appaghi? Carneade vidi in suo’ studi sì desto che, parlando egli, il vero e ’l falso a pena si discernea, così nel dir fu presto; la lunga vita e la sua larga vena d’ingegno pose in accordar le parti che ’l furor litterato a guerra mena; né ’l poteo far, ché come crebber l’arti crebbe l’invidia, e col savere inseme ne’ cori enfiati i suo’ veneni ha sparti. Contra ’l buon Siro, che l’umana speme alzò ponendo l’anima immortale, s’armò Epicuro, onde sua fama geme, ardito a dir ch’ella non fusse tale; così al lume fu fumoso e lippo co la brigata al suo maestro eguale: di Metrodoro parlo e d’Aristippo. Poi con gran subbio e con mirabil fuso vidi tela sottil ordir Crisippo. Degli Stoici ’l padre, alzato in suso per far chiaro suo dir, vidi, Zenone, mostrar la palma aperta e ’l pugno chiuso; e per fermar sua bella intenzïone, [la sua tela gentil tesser Cleante,] che tira al ver la vaga opinïone. [Qui lascio, e più di lor non dico avante.]