Italian poem
II (Stanco già di mirar, non sazio…)
Stanco già di mirar, non sazio ancora, or quinci or quindi mi volgea guardando cose ch’a ricordarle è breve l’ora. Giva ’l cor di pensiero in pensier, quando tutto a sé il trasser due ch’a mano a mano passavan dolcemente lagrimando. Mossemi ’l lor leggiadro abito e strano e ’l parlar pellegrin, che m’era oscuro, ma l’interprete mio mel facea piano. Poi che seppi chi eran, più securo m’accostai a lor, ché l’un spirito amico al nostro nome, l’altro era empio e duro. Fecimi al primo: - O Massinissa antico, per lo tuo Scipïone e per costei - cominciai - non t’incresca quel ch’i’ dico. - Mirommi, e disse: - Volentier saprei chi tu se’ innanzi, da poi che sì bene hai spiato ambeduo gli affetti miei. - - L’esser mio - gli risposi - non sostene tanto conoscitor, ché così lunge di poca fiamma gran luce non vene; ma tua fama real per tutto aggiunge, e tal che mai non ti vedrà né vide, con bel nodo d’amor teco congiunge. Or dimmi, se colui in pace vi guide, - e mostrai ’l duca lor - che coppia è questa che mi par delle cose rade e fide? - - La lingua tua al mio nome sì presta, prova - diss’ei - che ’l sappi per te stesso; ma dirò per sfogar l’anima mesta. Avend’io in quel sommo uom tutto ’l cor messo, tanto ch’a Lelio ne dò vanto a pena, ovunque fur sue insegne, e fui lor presso. A lui Fortuna fu sempre serena, ma non già quanto degno era il valore, del qual più d’altro mai l’alma ebbe piena. Poi che l’arme romane a grande onore per l’estremo occidente furo sparse, ivi n’aggiunse e ne congiunse Amore; né mai più dolce fiamma in duo cori arse, né farà, credo. Omè, ma poche notti fur a tanti desir sì brevi e scarse, indarno a marital giogo condotti, ché del nostro furor scuse non false, e i legittimi nodi furon rotti. Quel che sol più che tutto ’l mondo valse ne dipartì con sue sante parole, ché di nostri sospir nulla gli calse; e benché fosse onde mi dolse e dole, pur vidi in lui chiara virtute accesa, ché ’n tutto è orbo chi non vede il sole. Gran giustizia agli amanti è grave offesa: però di tanto amico un tal consiglio fu quasi un scoglio a l’amorosa impresa. Padre m’era in onore, in amor figlio, fratel negli anni; onde obedir convenne, ma col cor tristo e con turbato ciglio. Così questa mia cara a morte venne, che vedendosi giunta in forza altrui, morir in prima che servir sostenne: et io del dolor mio ministro fui, ché ’l pregator e i preghi eran sì ardenti ch’offesi me per non offender lui, e manda’ le ’l velen con sì dolenti pensier, com’io so bene, et ella il crede, e tu, se tanto o quanto d’amor senti. Pianto fu ’l mio di tanta sposa erede: lei, et ogni mio bene, ogni speranza perder elessi per non perder fede.
Ma cerca omai se trovi in questa danza notabil cosa, perché ’l tempo è leve, e più de l’opra che del giorno avanza. - Pien di pietate, e ripensando ’l breve spazio al gran foco di duo tali amanti, pareami al sol aver un cor di neve; quand’io udi’ dir su nel passar avanti: - Costui certo per sé già non mi spiace, ma ferma son d’odiarli tutti quanti. - - Pon - diss’io - il core, o Sofonisba, in pace, ché Cartagine tua per le man nostre tre volte cadde, et a la terza giace. - Et ella: - Altro vogl’io che tu mi mostre: s’Africa pianse, Italia non ne rise: dimandatene pur l’istorie vostre. - A tanto, il nostro e suo amico si mise, sorridendo, con lei nella gran calca e fur da lor le mie luci divise. Come uom che per terren dubio cavalca, che va restando ad ogni passo, e guarda, e ’l pensier de l’andar molto difalca, così l’andata mia dubiosa e tarda facean gli amanti, di che ancor m’aggrada saver quanto ciascun e in qual foco arda. I’ vidi ir a man manca un fuor di strada, a guisa di chi brami e trovi cosa onde poi vergognoso e lieto vada. Donar altrui la sua diletta sposa, o sommo amore e nova cortesia! tal ch’ella stessa lieta e vergognosa parea del cambio; e givansi per via parlando insieme de’ lor dolci affetti, e sospirando il regno di Soria. Trassimi a que’ tre spirti che ristretti eran già per seguire altro cammino, e dissi al primo: - I’ prego che t’aspetti. - Et egli al suon del ragionar latino, turbato in vista, si rattenne un poco; e poi, del mio voler quasi indivino, disse: - Io Seleuco son, questi è Antïoco mio figlio, che gran guerra ebbe con voi; ma ragion contra forza non ha loco. Questa, mia in prima, sua donna fu poi, ché per scamparlo d’amorosa morte gliel diedi, e ’l don fu lecito tra noi. Stratonica è ’l suo nome, e nostra sorte, come vedi, indivisa; e per tal segno si vede il nostro amor tenace e forte, ch’è contenta costei lasciarme il regno, io il mio diletto, e questi la sua vita, per far, vie più che sé, l’un l’altro degno. E se non fosse la discreta aita del fisico gentil, che ben s’accorse, l’età sua in sul fiorir era finita. Tacendo, amando, quasi a morte corse, e l’amar forza, e ’l tacer fu virtute; la mia, vera pietà, ch’a lui soccorse. - Così disse; e come uom che voler mute, col fin de le parole i passi volse, ch’a pena gli potei render salute. Poi che dagli occhi miei l’ombra si tolse, rimasi grave e sospirando andai, ché ’l mio cor dal suo dir non si disciolse infin che mi fu detto: - Troppo stai in un penser a le cose diverse; e ’l tempo ch’è brevissimo ben sai. - Non menò tanti armati in Grecia Serse quant’ivi erano amanti ignudi e presi, tal che l’occhio la vista non sofferse, vari di lingue e vari di paesi, tanto che di mille un non seppi ’l nome, e fanno istoria que’ pochi ch’intesi. Perseo era l’uno, e volsi saper come Andromeda gli piacque in Etiopia, vergine bruna i begli occhi e le chiome; ivi ’l vano amador che la sua propia bellezza desiando fu distrutto, povero sol per troppo averne copia, che divenne un bel fior senz’alcun frutto; e quella che, lui amando, ignuda voce fecesi e ’l corpo un duro sasso asciutto; ivi quell’altro al suo mal sì veloce, Ifi, ch’amando altrui in odio s’ebbe, con più altri dannati a simil croce, gente cui per amar viver increbbe, ove raffigurai alcun moderni ch’a nominar perduta opra sarebbe. Que’ duo che fece Amor compagni eterni, Alcïone e Ceìce, in riva al mare far i lor nidi a’ più soavi verni; lungo costor pensoso Esaco stare cercando Esperia, or sopra un sasso assiso, et or sotto acqua, et or alto volare; e vidi la crudel figlia di Niso fuggir volando, e correr Atalanta, da tre palle d’or vinta e d’un bel viso; e seco Ipomenès che fra cotanta turba d’amanti miseri cursori sol di vittoria si rallegra e vanta. Fra questi fabulosi e vani amori vidi Aci e Galatea, che ’n grembo gli era, e Polifemo farne gran romori; Glauco ondeggiar per entro quella schiera, senza colei cui sola par che pregi, nomando un’altr’amante acerba e fera; Canente e Pico, un già de’ nostri regi, or vago augello, e chi di stato il mosse lasciògli ’l nome e ’l real manto e i fregi. Vidi ’l pianto d’Egeria; invece d’osse Scilla indurarsi in petra aspra et alpestra, che del mar ciciliano infamia fosse; e quella che la penna da man destra, come dogliosa e desperata scriva, e ’l ferro ignudo tien da la sinestra; Pigmalïon con la sua donna viva; e mille che Castalia et Aganippe udir cantar per la sua verde riva; e d’un pomo beffata al fin Cidippe.