Italian poem
Non mi posso tener più ch'io non dica
by Franco Sacchetti (1332–1400)
Non mi posso tener più ch’io non dica, O pontefice al mondo quinto Urbano Et o re di Buem Carlo monarca, Considerando quanto fu amica Vostra assembranza a ciascheduno umano Quando là foste ove ’l Rodano varca. Cantava Roma il Ducato e la Marca Romagna e l’altra Italia in questo tempo: Da po’ che ’l spirto e ’l tempo Vidon d’accordo, ognun dicea — Rifatto Sarà ciascun latino e messo in pace, Ogni lupo rapace Sarà da questi due tosto disfatto; Poi oltremar terranno il cammin dritto A conquistar le terre dell’Egitto. — Dogliosi stavan ciaschedun tiranni, Popoli e Comun facean gran festa, Stava il buon forte, e ’l reo forte tremava: Altri scacciati fuori co’ lor danni Delle lor terre eran diverse gesta, Ch’alle paterne mura ognun sperava: La mercanzïa tutta n’esaltava: E que’ che ciò non avesse creduto Ben era sordo e muto, Veggendo far di due maggiori un segno: Porti, sentieri, vie e strade aperte Credevan esser certe. Se non che par che un proverbio degno V’abbia assaliti con sì fatto suono, Che consiglio di due non fu mai buono. Però che contro al creder d’ogni parte Adoperate nel principio vostro, Il qual dispiace quanto prima piacque. Seguendo andate l’opere di Marte; Nè terra nè castel nè alcun dicastro Può star sicur se non ha intorno l’acque. Veniste là onde tal mossa nacque, Per disfar di Liguria la gran sterpe: Ma come fiera serpe Gittò veleno et annodò la coda. E perchè niun di voi era ciurmato, Partiste da mercato: Et or cercate pecorelle a proda, Vogliendo far ciascun paese nudo Che contro a voi non abbia lancia o scudo. A te che tien l’apostolico ammanto, Dell’alto re de’ re vicario in terra, Voglio parlare in questa parte solo; Però che tutto fuor di modo santo È fuggir dalla pace e voler guerra, E ’ncontro a quelli del celeste polo. Se io nelle mie rime corro o volo, Ragion mi muove; perchè niun maggiore Dè’ esser del Signore. Dunque, se sedia tien’ pel re superno, Lèggi quel ch’esso a ciaschedun comanda; Non seguir altra banda: E’ fu ed è e sempre fia eterno, Dicendo e maestrando — Pace a voi. — E tu in sua vece mal la mostri a noi. Rivolto è ’l mondo da quel tempo antico Che molti di tuo par fuggìan tesoro Perchè disiavan la vita divina. Se questo è ver, ragguarda ciò ch’io dico; E comìnciati a Pietro, e segui il coro Ch’e’ trentatrè seguenti a lui declina, Facendo sempre in lor la mente fina; Nell’opre di ben far fieri ciascuno, E poi ad uno ad uno Di martìro alla morte ebber corona; E tra costor si fu Urbano il primo. Ma, s’io il vero stimo, Che fama del secondo Urban risuona, Del gran concilio suo che sì fervente Mosse al passaggio tutto l’occidente! E mosse allora questi Arrigo terzo: E non dugento ma dugento mille Fu cotal turba a passar oltre mare. Tal oste agl’infedel non parve scherzo: Tripoli ed Antïoccia e le lor ville Acri e Jerusalem feron tornare Sotto i cristiani. Et or ti vo’ contare Del terzo Urbano; il cui tempo oggi parme, Usar veggendo l’arme Con le qual Federigo allora corse Quando Toscana in molte parti prese: E mentre in queste offese Si discendea, vera novella porse Siccome il Saladin con gente molta La Terra Santa avea per forza tolta. Quella stagion mi par, che fu allora; Salvo che perder tu non puoi quel loco, Perchè non l’hai, il qual perdè costui: Ma ben potresti racquistarlo ogn’ora. E qui di differenza è molto poco, Perchè ti staï come stette lui: E tua e nostra è, e non d’altrui, La vergogna e la beffa et anche il danno. I tuo’ pensier non vanno Al quarto Urbano, quando in fuga volse Lo Saracino stuol ch’avea Manfredi. Ma tu se’ il quinto; e vedi Un picciol re che Alessandria tolse Pel mondo andar e domandarti aiuto Per far passaggio, ed or non l’hai voluto. A te che tieni il nome sempre augusto Dirò quant’hai i tuo’ pensier diversi Dalla speranza che ciascun disìa. Conquider i tiranni, com’è giusto, Dovevi, ed i Comun tutti universi Metter in pace nella dritta via. Tutto per e converso par che sia: Tu lasci il lupo, e vai drieto all’agnello. Pianga chi fu sì fello Che per promesse tue aprì sue porte; Carta nè scritta non gli valse teco: Così ’l Sanese cieco Da Malatesta cominciò sua morte. Fatt’hai usciti, e nessun hai rimesso, Fuor d’ogni modo imperïal concesso. Pace co’ Turchi e guerra co’ Cristiani Pigliando prede, ogni sentier fu rotto, Togliendo a cui tu puo’ sua libertate. Se tu vuo’ fama, va’ contro a’ pagani: Ma forse temi non vi sia Nembrotto, Udendo le sue cose smisurate. Il nome tuo dovrìa molte fïate Farti pensar qual fu il buon Carlo Magno: Tu non te ne dài lagno D’avere il soprannome il quale ebb’egli. Carlo secondo Calvo poco visse, Ma al ben far si misse: E Carlo Grosso terzo gli aspri e felli Infedeli Normanni tanto vinse, Che alla fede tosto gli ripinse. O quarto da costor, qual è che veggia Da te virtù e ben in tra’ viventi? Perchè avarizia in te si mostra e serba? Credi tu che alcun scriva od alcun leggia, Et ora e sempre fia chi ti rammenti? Come farai, così diran le verba. E già mi par udir con voce acerba Di Trievi di Maganza e di Cologna Di Buem di Sansogna Di Brandiborgo et ancor di Baviera Biastemar i signor, da poi ch’eletto Tu fosti per lor detto: La paglia il ferro e l’oro e tua maniera Maladir sento, e dire ad ogni passo — Di quel possi tu ber che bevve Crasso. — Canzon, vattene a Roma Là dove Urbano troverai e Carlo: Di’ a ciascun il ver com’io ti parlo.