Italian poem
(In Napoli)
Vita, negli occhi miei, negli occhi di quella che a fianco m'era e credea sé tutta cinta de' miei pensieri,
sé nel mio sogno, ed ebri ancora i miei sensi, e la mia anima con intatti vincoli trarre seco;
negli occhi nostri, o Vita, le imagini tue dileguando come serenamente fluttuavano!
Eran su l'alte mura i tralci (pendevano i neri grappoli da la canna come da un tirso d'oro)
e pe' leggeri intrichi pampinei l'isole e i golfi s'intravedeano splendere: Puteoli
cerula su 'l lunato azzurro, ove l'Ibi migrante agile tra le corna scese de' bianchi buoi,
Baja voluttuosa, e il tumulo ingente che Enea diede a Miseno, e l'alta Cuma che udì gli ambigui
carmi fatali, e il lido lacustre che l'orme sostenne d'Ercole dietro il gregge pingue di Gerione:
plaghe da gli Immortali dilette, ove (come in profondi talami cui piacciansi premere amanti umani)
gli incliti corpi ambrosii giacendo lasciarono impronte sacre, vestigi eterni de la Bellezza prima.
Quella che al fianco m'era — Non senti — mi disse — la nostra felicità salire? Tutte le cose belle
credo io aver nel cuore. — Mi disse languendo la donna tenera. Ne la bocca le rifioríano i baci.
Io che provai? Mi stava su 'l cuore un affanno ignorato. Tutto pareami quivi solitudine,
vacuità, tristezza, immobile tedio, nel muto lume, sotto i muti chiari lontani cieli.
Poi, ne le vaste sale deserte, vedemmo le inani spoglie del re, le vesti, l'armi, i vessilli, i cocchi
d'oro, il vascel vermiglio che tenne le pompe del terzo Carlo; e il tuo cupo rombo parvemi udire, o Fato.
Parvemi; ma più forte salìa verso l'ardua loggia, ove tremammo, il rombo de la città che tutta
quanta ferveva al sole, tutta quanta aperta in un riso, in un possente riso inestinguibile,
illuminando i cieli che in lei tendevano l'arco, avida con rosee braccia abbracciando il mare.
Mise la donna un grido, stringendosi a me, con un lungo brivido, come presa di vertigine.
Poi, reclinata il volto bianchissimo, parvemi in atto di voluttà profonda bere la dolce luce.
— Oh, tutti i sogni miei per questo! — dicea lenta, quasi ebra. — Infinito e pure intimo ne l'anima
come un divin segreto da te rivelato a me sola! — Tacque; ed ancor la bocca parve bevesse luce.
Io che provai? Mi stava su 'l cuore un affanno ignorato. L'anima ansando attese il rapimento in vano.
Pur intendea confuse parole. — Quale ombra ti copre? Quale altro oscuro mondo occupa gli occhi tuoi?
Quello che in te contempli ha forse orizzonti più vasti? Dentro, più lieti s'aprono spettacoli?
Tu possederlo credi! Non è in tal possesso la gioja. Meglio è nel Tutto l'anima disperdere.
Rompi il tuo cerchio al fine! Guardando la donna che t'ama, lascia il supremo sogno al cielo effondersi! —
— Non uscirà già mai da me — io pensava — il mio sogno, poi che non basta il cielo, poi che non basta il mondo
a contenerlo: vince d'altezza ogni cosa creata. Pur questa immensa forza non mi riempie il cuore! —
E, reclinando il capo, non altro sentii che l'interna vacuità fra il rombo de la tua fuga, o Vita.
Sotto raggiava il mare pacato nel fervido amplesso; e la Montagna in contro, armoniosa al giorno
quale una forma escita di mano d'artefice puro, con incessante palpito da l'igneo
grembo esprimea ne l'aria le sue multiformi chimere che lente il cielo sommo conquistavano.
Come divino allora mi parve il silenzio del chiostro ove scendemmo. E un'Ombra muta scendea con noi.
Alto quadrato eretto su belle colonne polite: era il tuo, Morte, candido vestibolo.