Italian poem
La morte del cervo
LA MORTE DEL CERVO.
Q
Un uomo era. A una frotta d’anitroccoli sbigottita egli rise. Intesi il croscio. Repente si gittò su per lo scoscio della ripa, saltò su quattro zoccoli!
Lo conobbi tremando a foglia a foglia. Ben era il generato dalla Nube acro e bimembre, uomo fin quasi al pube, stallone il resto dalla grossa coglia.
Il Centauro! Di manto sagginato era, ma nella groppa rabicano e nella coda, di due piè balzàno, l’equine schiene e le virili arcato.
Ritondo il capo avea, tutto di ricci folto come la vite di racimoli; e l’inclinava a mordicare i cimoli dei ramicelli, i teneri viticci
con la gran bocca usa alla vettovaglia sanguinolenta, a tritar gli ossi, a bere d’un fiato il vin fumoso nel cratère ampio, sopra le mense di Tessaglia.
Levava il braccio umano, dal bicipite guizzante, a côrre il ramicel d’un pioppo. Repente trasaltò, di gran galoppo sparì per mezzo agli arbori precipite.
Il cor m’urtava il petto, in ogni nervo io tremando. Ma, nella mia latèbra umida verde, l’anima erami erba d’antiche forze. E udii bramire il cervo!
L’udii bramir di furia e di dolore come s’ei fosse lacero da zanne leonine. Balzai di tra le canne, vincendo a un tratto il corporale orrore,
agile divenuto come un veltro pe’ gineprai, per gli sterpeti rossi, con silenzio veloce, quasi fossi in sogno, quasi avessi i piè di feltro.
O Derbe, la potenza che desidero è nei metalli che il gran fuoco ha vinto. Eternato nel bronzo di Corinto ti darò quel che i lucidi occhi videro?
Il Centauro afferrato avea pei palchi delle corna il gran cervo nella zuffa, come l’uom pe’ capei di retro acciuffa il nemico e lo trae, finché lo calchi
a terra per dirompergli la schiena e la cervice sotto il suo tallone, o come nella foia lo stallone la sua giumenta assal per farla piena.
Erto alla presa della cornea chioma, con le due zampe attanagliava il dorso cervino, superandolo del torso, premendolo con tutta la sua soma.
Furente il cervo si divincolava sotto, gli occhi riverso, il bruno collo gonfio d’ira e di mugghio, in ogni crollo crudo spargendo al suol fiocchi di bava.
Era del più vetusto sangue regio, di quelli che ammansiva il suon del sufolo, vasto e robusto il corpo come bufolo, di vénti punte in ogni stanga egregio.
Quanti rivali, oh lune di Settembre, cacciati avea da' freschi suoi ricoveri e infissi nella scorza delle roveri, pria d’abbattersi al Tassalo bimembre!
Si scrollò, si squassò, si svincolò. E le muglia sonavan d’ogni intorno. In pugno al mostro un ramo del suo corno lasciando, corse un tratto; e si voltò.
Si voltò per combattere, le vampe dalle froge soffiando e le vendette. Il Tassalo gittò la scheggia; e stette guardingo, fermo su le quattro zampe.
Un fil di sangue gli colava giù pel viril petto, giù per il pelame cavallino il sudore. Come rame gli brillava la groppa or meno or più
al sole obliquo che ferìa lontano pe' tronchi, variato dalle frondi. S’era fatto silenzio nei profondi boschi. Il soffio s’udia ferino e umano.
Gli aghi dei pini ardere come bragia parean sul campo del combattimento. E l’aspro lezzo bestial nel vento si mesceva all’odore della ragia.
Pontata a terra la sua forza avversa, il cervo, come fa nel cozzo il tauro, bassò l’arme. La coda del Centauro tre volte batté l’aria come fersa.
Una rapidità fulva e ramosa si scagliò con un bràmito di morte. O Derbe, ancor ne freme per la sorte del petto umano l’anima ansiosa.
Credetti udire il gemito dell’uomo su l’impennarsi del caval selvaggio. Ma il Tessalo con inuman coraggio il cervo avea pur quella volta dómo!
Preso l’avea di fronte, alle radici delle corna, e gli avea riverso il muso. Entrambi inalberati, l’un confuso con l’altro in un viluppo, i due nemici,
tra luci ed ombre, sotto il muto cielo saettato da sprazzi porporini, lottavano; e su i due corpi ferini, se le zampe le punte il fitto pelo
il crino irsuto il prepotente sesso, io vedea con angoscia il capo alzarsi di mia specie, agitare i ricci sparsi quel vento d’ira sul mio capo istesso.
E, gonfio il cor fraterno d’un antico rimorso, tesi l’arco dell’agguato. Ma l’uom co' pugni avea divaricato e divelto le corna del nemico.
Udii lo schianto stridulo dell’osso infranto, aperto sino alla mascella. Fumide giù dal cranio le cervella sgorgarono commiste al sangue rosso.
L’erto corpo piombò nel gran riposo con urto sordo; sanguinò silente; senza palpito stette; del cocente flutto bagnò l’arsiccio suol pinoso.
Rise il Centauro come a quella frotta lieve natante giù pel verde Serchio. Poi levò, grande nel silvano cerchio, il duplice trofeo della sua lotta.
Fiutò il vento. Ma prima di partirsi colse tre rami carichi di pine; e due n’avvolse intorno alle cervine corna, e sì n’ebbe due notturni tirsi.
Del terzo incurvo fece un serto sacro e se ne inghirlandò le tempie umane ove le vene, enfiate dall’immane sforzo, ancor cupe ardeangli di sangue acro.
Precinto, armato dei due tirsi foschi, sollevò la gran bocca a respirare verso il Cielo. S’udia remoto il Mare seguir col rombo il murmure dei boschi.
Sola una Nube era nell’alte zone dell’Etere qual dea scinta che dorma. Venerava il Nubigena la forma cui fecondò l’audacia d’Issione.
Bellissimo m’apparve. In ogni muscolo gli fremeva una vita inimitabile. Repente s’impennò. Sparve Ombra labile verso il Mito nell’ombre del crepuscolo.