Italian poem
La canzone di Umberto Cagni
C
colui t’onora come la scolpita imagine del sogno suo più forte, sì ch’ei disdegna l’opera fornita
e, gittando sul volto della sorte le sfrondate corone, or solo spera nell’ultima bellezza della morte.
Non per la forza, o anima guerriera, non pel fàscino invitto onde rapivi oltre la forza l’èsile tua schiera
quando fendevan quattro cuori vivi l’immensa ghiaccia, e più del buio trista la notte senza tènebra era quivi;
non pel fertile ardire onde fu vista una manata d’uomini discesa dalle navi tenére la conquista
della terra ed accrescersi, sospesa nel pericolo come nel bagliore d’un nume, onnipresente alla difesa;
ma per l’amore, ma pel solo amore onde due volte già, trasumanasti, eroe, t’invidio sopra il tuo valore.
Eroe di due deserti, dei più vasti geli e delle più vaste sabbie, in quali eroiche immensità l’Italia amasti!
Ogni altro umano amor sembra senz’ali e senza lena e inglorioso e impuro, congiunto alla viltà dei nostri mali.
Come il fiore d’un mondo nascituro il tuo fu, schiuso all’orlo d’un’estrema Tule che dentro te, nell’uomo oscuro,
avevi, incognita. E la man mi trema, quasi eternassi la mia smania ignava celebrandoti, eroe, nel mio poema.
Penso la mano tua che dolorava cominciando a morire, il ferro atroce, l’anima indenne su la carne schiava;
la volontà spietata e senza voce che ti facea lo sguardo come il taglio della piccozza; il piede più veloce
come più duro era il cammino; il maglio invisibile che schiacciava i blocchi enormi, con un tuono ed un barbaglio
di prodigio pel bianco Ade ove gli occhi seguivano i silenzii oltre i fragori; le dighe che rompevano i ginocchi
e i gomiti; le slitte tratte fuori dalle crepe improvvise; la costretta man dolorosa ai ruvidi lavori;
e la fame in attesa della fetta crudigna presso il cane ancor fumante scoiato su la neve, la galletta
muffita per panatica, all’ansante sete il sorso dell’acqua fetida, ogni penuria, ogni miseria; e, se il sestante
segnava il punto suo, tutti i bisogni conversi in riso lieve e nelle stanche ossa inserte le invitte ali dei sogni.
Ti sovviene? Su le pianure bianche una vita recondita bruiva, nel gran giorno di Dio. Le dighe bianche
s’alzavano, crollavano; la riva si saldava alla riva, il monte al monte. Tutta la solitudine era viva
di ghiacci sino all’ultimo orizzonte, fulgida sotto il sol di mezza notte. Tra l’infinito e le tue brevi impronte
era la prova, augusta fra le lotte dell’uomo. E tu dicevi a te: “Più oltre.„ L’Oceano era un bàratro di rotte
isole. E tu dicevi a te: “Più oltre.„ Sparivano i due solchi in un tumulto raggiante informe immenso. E tu: “Più oltre!„
Che ti parea da uno scalpello occulto nell’eterno cristallo solitario quell’altro nome ovunque fosse sculto:
lo scandinàvo. “Non è necessario vivere, sì scolpire oltre quel termine il nostro nome: questo è necessario.„
E la virtù dei quattro uomini inermi fu per un’ora il vertice del mondo. Ti sembrò tutto fervere di germi
immortali l’Oceano infecondo. Sommosso ti sembrò tutto il deserto artico dal tuo palpito profondo.
Poi fu silenzio, sotto il segno certo. Fu la cerchia terribile del gelo alla tua gioia adamantino serto.
L’anima tua su te diffuse il cielo d’Italia. Fosti immemore e sparente come l’Ombra sul prato d’asfodelo.
Allora, come l’inno fa presente l’iddio, l’amor creo l’imagin vera della Patria. Nel gran silenzio algente
parve con l’alito una primavera sublime ella diffondere. Il tuo santo amore volse in luce la preghiera.
Piangesti. Ed ogni lacrima del pianto eroico rilucea più che il polare meriggio. Sol per una, ecco il mio canto.
O messo della gesta d’oltremare, o precursore degli eroi rinati sul lido ove rosseggia il nostro altare,
o tu che primo fosti ai primi agguati, l’indice tronco della man virile, quel che impone i comandi o addita i fati,
non fu debole all’elsa. E il puro aprile della tua gloria parve ad altra ebrezza rifervere nel sangue tuo gentile.
Ah, da qual sacro mare di bellezza, da qual divino anello d’orizzonte, da qual non vista aurora escì la brezza
vigile che soffiava su la fronte de’ tuoi, là presso i Pozzi dove forse Roma avea coronata la sua fonte?
Nella notte d’ottobre ardevan l’Orse alte coi sette e sette astri fatali su i marinai, quando la luna sorse.
Tutta bella tra il golfo dei corsali e il deserto, levava al gran ritorno l’Oasi le sue palme trionfali.
Simile all’invocata alba d’un giorno mistico era il notturno effuso lume; e l’annunzio e l’attesa erano intorno.
Parea, spirato dall’antico nume, intra il libico monte e l'apennino spander il ciel di Dante il suo volume.
Da qual nascosto vortice marino la colonna rostrale era polita perché splendesse al novo eroe latino?
Quali mai braccia avean diseppellita da secoli di sabbia e di barbarie Minerva, chiarità di nostra vita?
Di sotto l’oro della sua cesarie spiava ella gli imberbi, dalla vetta cerula delle palme solitarie?
Era forse Ebe la parola detta, come nella battaglia di Micale vinta col nome d’Ebe giovinetta?
Tutto era senza limite, eternale ed imminente, nell’abisso cieco del tempo e in sommo della vita frale.
Carme romano ed epinicio greco passavano con tuono di tempesta, e la canzone italica era teco.
E la canzone italica di festa e di guerra, di vóto e di riscossa, la sua face scotea su la tua testa.
Tu, come le midolle son nell’ossa, eri in quel pugno d’uomini. L’odore del coraggio era nella sabbia smossa.
Ferìan la notte fasci di splendore dalle grandi pupille delle navi insonni; e la potenza delle prore
pareva entrar nei parapetti cavi a rendere invincibili i tuoi pochi. In piedi tu, come sul ponte, stavi.
Tutta l’Oasi rossa era di fuochi scroscianti. I cani urlavano alla morte. L’assalto era un inferno d’urli rochi.
La città senza spalti e senza porte avea l’inespugnabile cintura: te, giovinezza, amore della sorte!
Ti canto, aurora; e la tua mano pura come la rosa, piena di semente. Ti canto, eroe, per l’anima futura;
e la battaglia presso la sorgente.