Versos Italian Gabriele D'Annunzio La canzone d'oltremare

Italian poem

La canzone d'oltremare

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Così veda tu un giorno il mare latino coprirsi di strage alla tua guerra e per le tue corone piegarsi i tuoi lauri e i tuoi mirti, o semprerinascente, o fiore di tutte le stirpi, aroma di tutta la terra,

Italia, Italia, sacra alla nuova aurora con l’aratro e la prora!

I

Odo nel grido della procellaria l’aquila marzia, e fiuto il Mare Nostro nel vento della landa solitaria.

Con tutte le tue prue navigo a ostro, sognando la colonna di Duilio che rostrata farai d’un novo rostro.

E nel cuore, oh potenza dell’esilio, il nome tuo m’è giovine e selvaggio come nel grido delle navi d’Ilio.

Italia! Italia! Non fu mai tuo maggio, nella città del Fiore e del Leone quando ogni fiato era d’amor messaggio,

sì novo come questa tua stagione maravigliosa in cui per te si canta con la bocca rotonda del cannone.

Questa è per te la primavera santa che — dice il dio — “d’ogni semenza è piena e frutto ha in sé che di là non si schianta„.

Oggi nova tu sei per ogni vena sopra l’oblio dell’onta; e nelle Sirti ucciderai l’ultima tua sirena.

Come vivremo, o bella, per servirti? come morremo, o fior delle contrade, perché tu c’inghirlandi de’ tuoi mirti?

Del miglior sangue fa le tue rugiade e serba la promessa d’Oriente, se il paradiso è all’ombra delle spade.

Siamo cinti d’oblio. Siamo una gente fresca e spedita, immemore dei giorni squallidi, paziente e impaziente,

immemore dei sonni e degli scorni quand’ella mendicava il suo preconio dal ciompo, tempestando il pan ne’ forni,

e la pace era femmina da conio che per ruffian s’avea qualche Bonturo e un Zanche per mezzano al mercimonio.

Giorni senz’alba, il rullo del tamburo, lo squillo della tromba, e questa sorte che turbina alle soglie del futuro,

vi disperdono. Tuonano sì forte le volontà, che nella rossa aurora non s’ode il crollo delle cose morte.

Ecco il giorno, ecco il giorno della prora e dell’aratro, il giorno dello sprone e del vomere. O uomini, ecco l’ora.

È venuta col rombo del tifone pel Mar Mediterraneo, più fiera che l’astro su la spalla d’Orione,

più colorata che la messaggera della Celeste. E al grido “Issa! Issa!„ già tutta l’aria è sola una bandiera.

Emerge dalle sacre acque di Lissa un capo e dalla bocca esangue scaglia “Ricòrdati! Ricòrdati!„ e s’abissa.

E il Mar Mediterraneo, che vaglia le stirpi alla potenza ed alla gloria, in ogni flutto freme la battaglia.

“Ch’io mi discalzi„ dice la Vittoria, simile a grande mietitrice albana, fosca sotto la fronda imperatoria

“ch’io mi discalzi presso la fiumana di Rumia bella, dove il suo meandro nutre l’olivo a Pallade romana.

Ch’io pieghi e chiuda un ramo d’oleandro in Lebda, nella cuna di colui che suggellò la tomba d’Alessandro.

Ch’io m’abbeveri là dove già fui, non per l’umide argille alla caverna onde il Lete discende i regni bui,

ma per l’aride sabbie alla cisterna di Roma, che nell’ombra una silente linfa conserva e una memoria eterna.

Con me, con me verso il Deserto ardente, con me verso il Deserto senza sfingi, che aspetta l’orma il solco e la semente;

con me, stirpe ferace che t’accingi nova a riprofondar la traccia antica in cui te stessa ed il tuo fato attingi,

con me là dove chi combatte abbica, perché nella corona io ti connetta la foglia della quercia con la spica!

Se tu mi veda oggi nell’armi eretta sopra la prua, tu mi vedrai domani da presso curva al suolo che t’aspetta,

quando pacata come i Decumani acerrimi, con nude ambe le braccia, tu rempierai di semi le tue mani.

Troppo vegliai, avverso la minaccia del sonno e della febbre, in Ostia morta, volta al limo del Tevere la faccia,

tra gli stipiti alzati della Porta Marina dove a vespero s’aduna luce fatale dalle pietre assorta,

io sola con l’anelito, se alcuna ombra d’iddio scorgessi o udissi entrare nella foce la Nave e la Fortuna.

Ah, se tanto vegliai sul limitare terribile, ch’io dorma un sonno lene e breve, sotto l’Arco d’oltremare!

Ch’io sogni il greco sogno di Cirene, sotto l’Arco del savio Imperatore sgombro della barbarie e delle arene,

schiuso al Trionfo, mentre dalle prore splende la pace in Tripoli latina, recando i dromedarii un sacro odore.

O incenso del Deserto alla marina, profumo delle incognite contrade fulvo come la giubba leonina;

aròmati e metalli, armenti e biade, e Berenice dalla chioma d’oro! Il paradiso è all’ombra delle spade.

La palma è la sorella dell’alloro.„ Dice la grande Vergine che squilla simile a Clio nel grande aonio coro.

E per noi dalla libica Sibilla, sotto il cielo voltato dal Titano, la sentenza di Dio si disigilla.

Preparate l’aratro cristiano, preparate la falce per la messe, il frantoio e la macina al Soldano,

l’ascia il piccone e il palo ch’ei dilesse, i gran magli e le macchine forbite simili a moltitudini indefesse;

i forni vasti come le meschite pel ferro dissepolto, le magone ov’aspro strida nell’assidua lite;

le fornaci per cuocere il mattone dei costruttori, in cui porrem l’impronta che piacque a Nerva: Roma col timone.

Ogni tristezza dietro a noi tramonta. Chi latra ancóra nella lorda fossa, quando il fato con l’anima s’affronta?

Italia, alla riscossa, alla riscossa! Ricanta la canzone d’oltremare come tu sai, con tutta la tua possa,

come quando sorgeva sopra il mare in sangue e in fuoco un sol clamor selvaggio “Arremba! Arremba!„ e ne tremava il mare,

scrosciando la galèa, preso il vantaggio e infisso il cuor del capitano al rostro, con le vele e coi remi all’arrembaggio.

“Dienai’, Dienai’ e ’l Signor nostro! Dienai’, Dienai’ e ’l San Sepolcro!„ cantava la galèa sul Mare Nostro.

Nel croscio de’ tuoi secoli io t’ascolto. “Dienai’, Die n’aìti in mare e in terra!„ Alza nel grido il tuo raggiato volto,

e in terra e in mare tieni la tua guerra.