Versos Italian Gabriele D'Annunzio La canzone d'Elena di Francia

Italian poem

La canzone d'Elena di Francia

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S

o Sirio, Sirra, Aldebaràn, Polluce, Càstore, plenitudine di spirti che la corusca melodia conduce;

Notte, e Galàssia effusa per crinirti, Nube, e il dio che ti lacera, scorgete la bianca nave uscente dalle Sirti!

Sul guerreggiato mare alta quiete regna. Il silenzio del Risorto incombe, come quando Simon gittò la rete.

Quasi un dolce candore di colombe illumina la tolda della nave che reca i morti alle materne tombe.

E su l’assi che chiudono il cadavere e sul letto ove sanguina il ferito arde una sola santità soave.

La figura di prua non è scolpito legno ma un sovrumano Essere intento, con un sorriso eguale all’Infinito.

E quegli ch’ebbe stritolato il mento dalla mitraglia e rotta la ganascia, e su la branda sta sanguinolento

e taciturno, e i neri grumi biascia, anch’egli ha l’indicibile sorriso all’orlo della benda che lo fascia,

quando un pio viso di sorella, un viso d’oro si china verso la sua guancia, un viso d’oro come il Fiordaliso.

Sii benedetta, o Elena di Francia, nel mar nostro che vide San Luigi armato della croce e della lancia

fare il passaggio coi baroni ligi su le navi di Genova e prostrato sotto i suoi gigli attendere i prodigi,

sii benedetta; ché ritorna il fato d’amore all’acque istesse e in te rigiura il santo Re di lacrime beato.

Ti sovviene dei morti di Mansura che putivan nel limo, su le rive del Nilo, ignudi, senza sepoltura,

mentre per tutta l’oste le malvive genti ululavan come donne in parto di tra il marciume delle lor gencive,

e i feriti, colcati su lo sparto come buoi, la Cappella e il suo Tesoro deprecavano in van pel sangue sparto

e lungi travedean dal lor martoro splendere, dietro la criniera ardente di fuoco greco, la celata d’oro,

la gran spada alemanna ben tagliente, e udian sonar la prece su la zuffa: “Bel sire Iddio, tu guarda la mia gente!„

Allora il Re levavasi la buffa dal viso smunto; e, sceso degli arcioni, sfangava solo per l’orribil muffa.

Per quel carnaio givasi carponi piangendo, a riconoscere i suoi cari morti, i suoi fanti come i suoi baroni.

E i vescovi, che in campo dagli altari assolvevano l’anime, al divino officio si turavano le nari.

Ma il Re, toltosi l’elmo e il gorzerino, portava i corpi in su le braccia e in dosso quand’altri li traeva per l’uncino.

E con quella pia man che avea riscosso Carlo d’Angiò di sotto il fuoco greco (in arme d’oro sul cavallo rosso

che ardea per la criniera, ei fatto cieco e invitto dal suo Dio corse a traverso l’inferno avendo un grande Angelo seco)

con quella mano l’ulcero perverso medicava, tagliava intorno ai denti la carne enfiata, ungeva il taglio asterso.

Pane afflitto partia con le sue genti nelle fami. Parlava col lebbroso. Portava invidia agli uomini piangenti.

“Bel sire Iddio, richieder non son oso fonte di pianto. Alcuna stilla basta all’alidore del mio cor penoso.„

Le lacrime colando per la casta bocca, ei gustava nell’amaro sale la dolcezza che ad ogni altra sovrasta.

Ma non tu piangi, o Amazone regale. Una intrepida forza t’azzurreggia negli occhi, sotto il lino monacale,

se il braccio lacerato dalla scheggia sostieni o la man tronca fasci o bagni le labbra al sitibondo che vaneggia.

Non lacrime, non gemiti, non lagni. Quegli che vinse fuor della trincera, vuol col silenzio vincere i compagni.

E quegli che di vivere non spera già fiammeggiar nel gelido lenzuolo sente i tre ferzi della sua bandiera.

Qual novo giorno splenderà sul molo popoloso, laggiù? La Patria è tutta pallida, in piedi, con un volto solo.

Pallida, in piedi, con la gota asciutta, serra nel petto i nomi de’ suoi morti. Guarda lontano. E il mar non li ributta.

Quale mistico approdo è atteso? I porti sono solenni come cattedrali. Donna di Francia, or sai quel che tu porti.

Tu porti con la nave i sogni e l’ali e le rose future e il novo canto in quel cumulo d’anime e di mali.

L’angioino vascello non più santo era allorché recava il grande spoglio del Re che volse in cenere il suo manto.

Ben ti sovviene. Il fùnebre convoglio venia così pel Mar siciliano con l'oste e col navile in gran cordoglio.

E il Re col suo soave Gian Tristano stavasi in bara; e, qual lo pinse Giotto in Fiorenza, il cordiglio francescano

nell’una man tenea forse e di sotto al drappo azzurro e al vaio e a’ fiordiligi avea su l’ossa il camice incorrotto.

Era lontano in Santo Dionigi il sepolcro, guardata dalla morte la via lunga di Trapani a Parigi.

Re Tibaldo morivasi alle porte dell’Invitta, Isabella d’Aragona sentiva già l’orrore della sorte

imboscata ne’ monti ove risuona giù per la costa calabra il maligno guado che lei travolse e la corona.

E il Nasuto, il carnefice ulivigno de’ biondi Svevi, in terra di baldoria gli usci franceschi tinti di sanguigno

non si sognava già, né la sua boria vedeva il lunedì di Risurresso e le galere di Rugger di Loria,

quand’ebbe offerto in pegno di possesso eterno a Monreale il Cor beato e in Palermo il Lambello ebbe rimpresso.

Ora a Palermo per divino fato il Fiordaliso ed il Lambel vermiglio raddotto hai tu, non in vessillo issato,

o Elena di Francia, ma in naviglio ricrociato d’amore e di dolore, ove tu splendi come il più gran giglio.

“Così è germinato questo fiore!„ par sorrida colui che su la roccia del sacro balzo, ove l’umano errore

si purga, Ugo Ciapetta che rimproccia suo seme ha visto tutto volto in giuso fonder per gli occhi il male a goccia a goccia.

“Nuova luce percote il viso chiuso„ dice la Voce. E dice: “Qui si monta.„ Ed ovunque il suo spirito è diffuso.

La sua forza gentile austera e pronta è la tempra dell’aria. O Italia bella, or sei fissa al tuo Sol che non tramonta.

O dolce Francia, o unica sorella, per la muta speranza che s’inclina su le chiare acque della tua Mosella,

per la memoria pia di Valentina che, fedele al suo lutto, patir volle senza tregua nel cor l’acuta spina,

pei campi onde l’allodola tua folle balza chiamando, e i pioppi della Mosa fremono, e il sangue grida nelle zolle,

Francia, ricevi e serba la gioiosa promessa che ti fa, d’una vendetta più grande, questa carne sanguinosa.

Taglia per noi con la tua vecchia accetta un ramo della quercia di Lorena, sul colle ove Giovanna è alla vedetta,

intreccia al ramo rude la verbena già sacra ai nostri padri, ed a noi manda. Su le Statue velate il ciel balena.

Balena anche per noi da quella banda. Sul Campidoglio senza Feziali sospenderemo noi la tua ghirlanda.

E tu òccupa il ciel con le tue ali, guerriera alata. Noi le navi forti spingeremo nel mar dai nostri scali.

O Elena, che in fronte ai nostri morti impressa vedi la virtù di Roma, pel gran patto latino oggi tu porti

la verbena augurale entro la chioma.