Italian poem
Quando per dar al Mondo eterna vita
by Gabriele Fiamma (1533–1585)
Quando per dar al Mondo eterna vita, Il Re del Ciel sostenne acerba morte, Nel mezzo del suo corso il chiaro giorno Contra ogni usato stil chiamò la notte; Perchè con l’ali sue comprendo il Cielo, Si vestisse di brun tutta la terra. Fin dal centro si scosse allor la terra, E quant’alme ne’ corpi aveano vita Credetter di passar sotto altro Cielo Spinte dall’ira d’improvisa morte; O di provar nel mondo eterna notte, Perch’estinto parea per sempre il giorno. Oh sempre amaro e tenebroso giorno, Che ’l nostro eterno Sol spinse sotterra! Quanto, ahi lasso!, potèo l’oscura notte De’ nostri errori e dell’infame vita! Posciachè senza lei non potea morte Chiuder quegli occhi, che dan lume al Cielo. Verrò piangendo al freddo, al caldo Cielo, In verde e in secca età, la uotte e ’l giorno Questa del mio Signor spietata morte, Finchè, lasciando il mio mortale in terra, Andrò secco a goder felice vita, Che non avrà mai più tenebre o notte. Voi ch’aveste a provar sì lunga notte, Mentre era chiuso, e non s’apriva il Cielo, Sant’alme a Dio dilette in questa vita, Ecco il chiaro per voi felice giorno, Che vi trarrà del centro della terra E fuor dell’ombre oscure della morte. Questo Morto, ch’addita a Voi la Morte, Vince la fosca sua tremenda notte; E sebben cadde la sua spoglia in terra, Quel, ch’è divino in lui, governa il Cielo; Onde vi porta nell’Inferno il giorno, E v’apre nel mortal regno la vita. Delle vostre avventure, e della vita Gioir convien, ch’a voi porta la morte: Ma il duol raddoppio e ’l pianto in questo giorno, Che mi rammenta, com’io polve e terra Fui cagion di quell’aspra amara notte, Che straziò il vel, ch’or fa più bello il Cielo, Tu, sommo Re, tu, gran Signor del Cielo, Che comparti a’ Beati eterna vita, Fatt’uom per noi mortali in atra notte Chiudi le luci? Ahi troppo ardita morte! Questi, che senza neo già nacque in terra, Non dovea mai veder l’ultimo giorno. Morte, t’ha morta un Morto in questo giorno, Perchè la man rapace hai posto in Cielo; E, mentre mordi il tuo Signore in terra, Provi le forze d’una ascosa vita, Che temeraria t’han condotta a morte, E t’han sepolta in la tua stessa notte. Chiuse ombre, cavi sassi, inferno, e notte, Ch’aprìo, ruppe, spogliò, converse in giorno Il gran Messia quando fu spinto a morte, Dite voi s’alcun mai fu sotto il Cielo, Che tor potesse al mio Signor la vita, S’Amor con le sue man nol mettea in terra? Mortali, quel ch’è in voi fatto di terra, Ed allo spirto ogn’or rende ombra e notte, Lunge dal van piacer di questa vita Tener convien, fin che all’estremo giorno Poggiando l’alma vincitrice al Cielo, Arrivi in parte ove non giunge morte Intanto, ogn’or piangendo il duol, la morte, Ch’ebbe a patir il gran Monarca in terra, Il cuor tenete e gli occhi fisi in Cielo; Che, se preme il Signor sì dura notte, Come il servo cercar può luce o giorno? E chi viver vuol più, se muor la vita? Più che la vita avrò cara la morte; Poichè per darmi un giorno senza notte, Del Cielo alto rettor sei morto in terra.